Note sul lavoro di Olga Danelone di Angela Madesani - 2009
Racconto di multiversi
È semplicistico e inutile cercare di dividere gli artisti che utilizzano la pittura per la loro ricerca in due gruppi: figurativi e astratti. Si tratta di etichette, compartimenti stagni in cui si cerca di stipare ogni cosa per comodità, per gretto desiderio di semplificazione, in cui non esistono sfumature, complessità anche di natura percettiva.
Proprio in tal senso è da leggersi il lavoro di Olga Danelone, che è privo di senso bollare cioè etichettare nell’ambito della pittura astratta. Molti sono i motivi della sua ricerca, che nel corso degli anni ha teso sempre più a determinarsi, a trovare un significato, un perché, uno scopo.
La partenza, giovanissima, negli anni ottanta, è, come prevedibile, figurativa con i soggetti che le stanno intorno, ma tra le parole che scrive in quegli anni con l’ardore di un adolescente si legge già “astrazione”. Gli anni giovanili sono segnati da una sorta di simbolismo in cui è il tentativo di sviscerare il senso dell’esistenza anche attraverso una pittura vicina a certi “Valori plastici”, a certo tonalismo.
Ma in tutti questi lavori, sino all’inizio degli anni Novanta, si coglie il senso dello studio, del tentativo, della sperimentazione, la ricerca di un proprio linguaggio. Sino all’apparire dei paesaggi tra il 1991 e il 1992 dove si comincia a intravedere chiaro un cammino che l’avrebbe portata a esiti coerenti a quelli attuali. Dal paesaggio naturale, dalle immagini di alberi, Olga Danelone si avvia a un’essenzializzazione che la spinge dritta dritta al segno di qualche tempo successivo. Qui vengono in mente Piet Mondrian e il suo cammino che dai paesaggi fiamminghi conduce alle composizioni astratte per cui è universalmente noto.
L’abbandono della figurazione, del riferimento alla realtà è un processo per lei lungo, sofferto. La dendrologia, per esempio, diviene motivo di indagine pittorica. Già in queste opere si coglie quel senso di sacralità universale, di misticismo laico-naturale, che sarebbero divenuti in seguito temi portanti della sua ricerca.
Dalla fine degli anni Novanta è un avvicinamento alla filosofia, è la scoperta dei grandi maestri che hanno segnato il nostro pensiero. Danelone è affascinata dal senso di movimento non solo nell’accezione spazio-temporale, ma piuttosto in quella di passaggio, di mutamento di stato, di condizione anche in chiave scientifica. È attratta dall’idea di circolarità dell’esistenza, nella quale sono sempre un inizio e una fine. In tal senso l’idea di attraversamento dei vari stadi. A questo proposito si è trovata più volte ad analizzare la sua condizione mentale, cerebrale nell’atto di dipingere. Si tratta di una sorta di analisi di tipo concettuale sull’atto stesso del fare arte, sulla sua intenzionalità.
Il segno che arriva sul supporto pittorico, in realtà, è perfettamente speculare a quanto accade nel suo pensiero. Pensiero inteso anche come memoria, che è già stata protagonista dei suoi lavori di qualche anno fa; i titoli sono, in tal senso, inequivocabili: Dentro il ricordo, Dopo il ricordo. Nel 2006 scrive: «Memoria e istinto, due concetti che si aiutano, la consapevolezza dell’azione del momento che vive insieme ad un sentito già provato. Riuscire a dare un valore al sentire del momento destreggiandosi dal passato, compiere delle azioni neutre, non portatrici di sentimenti incongrui» (O.Danelone 14.2.2006)
Nei lavori di questo periodo realtà e memoria si sovrappongono come in un palinsesto, dove non è possibile cancellare del tutto ciò che sta sotto, creando una sorta di delicato velo che in parte cela i palesi richiami al circostante.
Nei lavori più recenti, oggi in mostra a Nova Gorica, pare non esserci né inizio né fine, come se ci trovassimo di fronte a un continuum: in tal senso il richiamo a certi filosofi greci, all’Eraclito al quale è stato attribuito il panta rei. Il rimando, forse inconscio, è anche a certa pittura a certo Spazialismo alla Crippa, al segno di Gastone Novelli, come se si riuscissero a intravedere delle storie. Il segno si fa cammino, forse via del canto, parafrasando Chatwin.
Danelone è affascinata dal concetto di universo a strati infiniti, dalla quantistica che ha fortemente influenzato il suo atteggiamento nei confronti della ricerca in ambito artistico.
Molti artisti riescono a dare il meglio di sé nell’exploit iniziale, nei primi anni della loro attività, forse presi da un entusiasmo solo apparentemente inesauribile, per poi spegnersi con il passare del tempo in una sorta di maniera. Per altri il meglio arriva con la riflessione, lo studio, la ricerca, che trovano un senso sempre più chiaro con il passare degli anni. Si pensi, in tal senso, a un artista come David Simpson, oggi ottantenne che negli ultimi venti anni ha dato vita alla parte più intensa e interessante della sua ricerca.
Così Olga Danelone che nelle opere realizzate negli ultimi anni ha trovato una strada, ha segnato un suo percorso, ha rintracciato un nitido filo rosso che la porta direttamente alla visione del multiverso, in cui, tuttavia, è determinante anche l’aspetto della tangibilità tra lei stessa e quanto le sta di fronte.
In tutto questo, decisivo è anche il ruolo del vuoto, che conduce direttamente alle filosofie orientali, che lei utilizza come strumento per comprendere la sua realtà. Il vuoto è l’aria, il passaggio, la distanza. In tal senso è da leggersi il bisogno di guardare ad altri linguaggi: dall’installazione, al video, alla fotografia.
Il lavoro di Olga Danelone, pur non contenendo nessun riferimento palesemente sociale, in realtà si pone il serio problema di prendere coscienza delle cose, del circostante, proprio attraverso il linguaggio dell’arte al di là della sua specificità. Nelle opere qui in mostra è la sua esperienza esistenziale, etica nell’attuale società: nessun giudizio, piuttosto il sentirsi dentro, partecipe di ciò che accade.
Nei suoi lavori, nei quali il segno talvolta si sovrappone all’immagine, intesa come traccia, testimonianza del reale, si percepisce la volontà di porsi nell’attualità da un punto di vista del pensiero, con un sentire libero da qualsivoglia pregiudizio.
Testo di Gerardo Pedicini - 2007
Il segreto della forma sta nel fatto che essa è confine;
essa è la cosa stessa
e, nello stesso tempo, il cessare della cosa,
il territorio circoscritto in cui
l’Essere e il Non-più essere della cosa
sono una cosa sola. (George Simmel)
Intrecci e fitte trame di linee costituiscono la cifra essenziale delle immagini di Olga Danelone. Un dedalo inestricabile, un accumulo di linee-cirri che somigliano a uno sfilacciato e liso tessuto o al gioco del Mikado. Il tutto rimanda a una percezione della conoscenza frutto della casualità e delle relazioni spazio-temporali che, come scrive Enrico Bellone, in I corpi e le cose, si realizza “grazie a processi che avvengono nei nostri corpi e che, nella stragrande maggioranza dei casi, sfuggono completamente alla nostra consapevolezza” in quanto sono dipendenti dalle sensazioni che riceviamo nell’esplorare l’ambiente e la descrizione” che abbiamo di quest’ultimo, “insiemealla folla di comportamenti che ciascuno esibisce per adattarsi alla propria nicchia”.
Questo in superficie, ma se si analizza l’andamento franto delle linee, le corrispondenze tra i pieni e i vuoti, la calcolata simmetria tra i sottili e nervosi cirri lineari, l’alternanza dei colori si ha sùbito la sensazione di trovarsi di fronte a un sottile gioco di intelligenza. E quello che ci è apparso come un divertito passatempo, diventa processo, andamento del pensiero che, pur nella sua apparenza asistematica, rincorre una propria matura visione interiore. Anzi, di fronte al frangersi e al continuo spezzarsi e incrociarsi delle linee si comprende che l’artista ricerca e rincorre, con lucidità, una propria intima immaginazione che, se è vero che nasce dal rifiuto di ogni accredita misura estetica, non per questo manca di una propria ferrea logica interiore. Ed è una logica che parte innanzitutto dalla coscienza della crisi del mondo moderno, dalla caduta di ogni armonia prestabilita, dalla consapevolezza del declino delle ideologie e dalla necessità di ritrovare, internamente, nuove regole che possono corrispondere alla crisi del soggetto. Da qui la necessità di formulare nuove postazioni visive e dare concretezza a quanto scrive Gadamer, quando afferma che “l’essenza dell’opera risiede propriamente nel fatto che essa diviene un’esperienza che modifica colui che la fa. Il subiectum dell’esperienza dell’arte, quello che permanee dura, non è la soggettività di colui che esperisce l’opera, ma è l’opera stessa”.
Vista da questa angolazione meglio si comprendeil pensiero dell’artista, quando scrive che le “piace immaginare, guardando un foglio…., un insieme di piani in profondità dove tutto fluttua, un tutto che vive…o muore, un divenire dove non esistono certezze ma casualità di energia”, “come due verità che si scambiano il posto e mai rimangono ferme a se stesse ma si cercano a vicenda, annullandosi in una sola immagine” “ bidimensionale dove molte particelle corrono, si incrociano, vanno, vengono, si fermano, ripartono solo sentendo l’impulso centrale del tutto”. Il riferimento alle esperienze filosofiche di Democrito, Antistene, Diogene, Epicuro come alla pienezza emozionaledi Michel Onfray, alla fisica quantistica, alle postazioni probabilistiche della logica matematica e alla genesi e all'evoluzione in campi che vanno dalle scienze fisiche alle scienze umane e sociali descritte da René Thom, costituiscono il terreno fecondo su cui l’artista friuliana base la sua esperienza pittorica.
Insomma, per Olga Danelone le sue “architetture” visive, si chiamano esse animals, espansioni, deflagrazioni, non sono altro che de los murmullos, un “hecho plástico” che sorge dal nulla e che non dipende e non fa riferimento a nessuna realtà oggettiva: si generano dalla pittura stessa, dalle situazioni interne ai segni, dal modo cioè con cui questi ultimi istituiscono e stabiliscono le corrispondenze tra icone, immagini e simboli in stretta intimità con le proprie pulsioni.
Attraverso questo processo l’artista perviene al proprio dizionario visivo. In apparenza, alcuni aspetti formali della sua pittura potrebbero far pensare alla tessitura di una ricerca geometrica, ma è lei stessa ad escluderlo quando scrive che, in assoluto, non si considera una artista astratta e, pur facendo ricorso da un lato a Bridget Riley e dall’altro all’olandese Huygens, per lei l’arte è “la forma única de preguntarse, de interpretar los hechos, de las vivencias” interiori.
Da qui, i due scomparti di colori in cui viene suddivisa la scena pittorica su cui, come una quinta teatrale, appaiono tracce, frammenti informi di segni che richiamano alla memoria brandelli dimenticati di un territorio della mente. Con attenta ricostruzione l’artista dà loro vita, trasformando l’infranto in un nuovo sistema di segni. I limiti della ragione geometrica vengono così superati e ricomposti per dare nuovi significati alle forme. Da qui il suo diccionario de los murmullos che si presenta ora come albedrío, ora come orden matemático, ora come eventos turbadores, ora come diario de un narcisista, ecc. In questo modo l’artista dispiega l’essere del proprio linguaggio come nuovo templum dell’io per diventare - come scrive Benjamín -, “essere linguistico ella stessa” per corrispondere alla essenza spirituale che è in lei, a quell’essenza cioè che la porta a far esperienza dell’aver-luogo del linguaggio come argomento originario che, a partire da Aimeric de Peguilhan, significa far esperienza del linguaggio, cioè essere chiamati a parlare dal nulla e rispondere al nulla.
A questo riguardo si può citare Gil de Biedma per il quale l’arte è “un juego que no es”, “un campo donde desarrolar el ingenio, de tal manera que una banalidad ingeniosa pueda adquirir la catagoria de arte”.E questo è un modo non semplice e senza dubbio non banale di corrispondere alla crisi del linguaggio moderno.
Testo di Joško
Vetrih - 2005
L’attività
artistica di Olga Danelone racchiude in sé le caratteristiche di
una ricerca di analisi e di sintesi, da lei perseguita fin dagli inizi
attraverso un linguaggio essenziale, pregnante, stilisticamente coerente,
aperto in modo consapevole alle novità dell’arte contemporanea.
Un linguaggio che non si esaurisce in una sterile ricerca all’interno
di sistemi linguistici astratti, ma che appare al contrario estremamente
concreto, vitale e produttivo, in grado di dare piena visibilità
al rapporto appassionato e coinvolgente che la pittrice ha saputo stabilire
nel corso degli anni con la superficie pittorica, al di là di ogni
iniziale condizionamento programmatico o anche semplicemente progettuale.
Se non ci limitiamo a considerare il puro dato aneddotico e iconico fornitoci
dalle scarne figure simboliche, dai reticoli geometrici, dai segni e dagli
eleganti motivi grafici che nei suoi cicli pittorici scandiscono la superficie
pittorica entro lo spazio indefinito di uno sfondo tendenzialmente monocromatico;
se spingiamo il nostro sguardo al di là di questi scarni dati visuali
cercando di cogliere i significati racchiusi nei complessi semantici messi
in atto dalla pittrice, ci accorgiamo che la sua ricerca non si concentra
mai soltanto sul puro dato formale, ma che investe direttamente, oltre
alla sfera razionale, anche quella emozionale e immaginativa. Vista sotto
questo profilo, la sua indagine, avviata all’insegna di una meditata
riflessione sulle possibilità offerte dalle tecniche espressive,
dalla natura dei materiali che supportano il piano pittorico e dalle loro
dimensioni, si sviluppa con l’impegno richiesto da ogni serio approccio
cognitivo e, nel contempo, con la leggerezza del gioco. Essa appare diretta
a sondare soprattutto la capacità dei sensi di cogliere in ogni
minima macchia, incrinatura, striatura, variazione di colore, vibrazione
luminosa della materia i segni di una realtà più profonda
e di percepire un segno rappresentativo della verità anche nella
più insignificante “annotazione” lasciata sulla superficie
delle cose dal continuo confronto dialettico tra la volontà creatrice
dell’uomo e la serie estremamente variabile degli eventi casuali
che si oppongono ad ogni suo disegno programmatico e che costituiscono
la sostanza del “divenire”.
Dense di segni e di annotazioni iconografiche, che si articolano con elegante
leggerezza su sfondi cromatici tendenti a volte a dissolversi in evanescenti
superfici luminose, le sue composizioni denunciano decisioni e scelte
contenutistiche che mutano con il trascorrere del tempo, dando luogo a
cicli che segnano le tappe del suo percorso evolutivo non solo in base
agli interessi del momento, ma anche in rapporto alle possibilità
che continuamente le si schiudono davanti. Ci troviamo di fronte a un
processo di frantumazione e di ricomposizione in nuove forme del dato
reale, che oscilla tra una interpretazione della realtà legata
alla visione soggettivistica mistico-razionale del suprematismo russo
e un’altra più contingente, più oggettiva e meno sistematica,
vicina alla spiritualità Zen. Tutto ciò risulta particolarmente
evidente nelle opere degli ultimi anni appartenenti alle sequenze seriali
dei “giochi riflessi”, delle “ossessioni”, degli
“schemi”, delle “fasi”. In esse la razionalità
degli schemi geometrici e dei simboli segnici (croce, circolo, quadrato),
che caratterizza il ciclo sequenziale dedicato più esclusivamente
al gioco, cede gradualmente il posto una fitta trama di linee parallele
verticali tracciate con gesto fluido e controllato, rattenuto entro i
limiti di uno sfondo dai toni morbidamente sfumati, sulla cui superficie
affiorano simboli derivati da una incisiva riduzione iconica di forme
del mondo naturale o puramente immaginari. Si tratta di una pittura in
cui l’oggetto – ridotto a segno, icona, soffio luminoso –
non incide negativamente all’interno della superficie pittorica
corrompendone lo schema compositivo o alterandone l’ordine cromatico,
ma si inserisce armonicamente nell’intima struttura del dipinto,
generando delicati passaggi tonali e sommesse vibrazioni luminose che
animano la materia pittorica, evocano forme, sensazioni, atmosfere sempre
nuove e stimolanti in una continua tensione creativa destinata a dare
piena visibilità alle scelte effettuate dalla pittrice all’insegna
di una volontà in grado di produrre innovazione e bellezza.
Testo di Claudio
Cerritelli - 2004
Della
pittura di Olga Danelone, percorsi senza fine
Intorno
alla nozione di gioco, mentale e visivo, tangibile e astratto, Olga Danelone
ha incentrato figure e simboli che si muovono sulla superficie pittorica
come elementi pronti ad abbandonarla per altre avventure, senza che l’immagine
debba, per forza, entrare in crisi, perdere identità, smarrirsi.
L’impressione è che il gioco della pittura, a cui l’artista
sottomette ogni energia e capacità d’invenzione, sia un sistema
di possibilità aperto a differenti soluzioni, ugualmente legate
alla dimensione del pensare e del fare: intreccio fatto di contatti e
sovrapposizioni dove l’esperienza dell’arte non perde mai
di vista la purezza delle idee e, nel contempo, le contaminazioni dei
materiali e delle forme.
La partita che O. D. sta giocando -con irriducibile passione- indica i
rischi che ogni scelta comporta, margini invisibili da trasformare in
limpide visioni, scacchiere dello spostamento che diventano luoghi sospesi
della memoria, casellari in cui deporre segni come sintomi di ulteriori
germinazioni di spazi.
Si tratta di qualcosa che non è mai ripetibile anche se gli schemi
formali si consolidano all’interno delle proprie regole interne,
determinando la convinzione che lo spazio immaginativo è l’insieme
delle superfici dipinte, compresi i tempi di pausa tra un’opera
e l’altra, senza mai escludere gli intervalli che la riflessione
teorica si concede nei confronti del fare.
In effetti, ogni struttura spaziale sembra ripetersi senza modificare
il senso di conquista delle forme, da una modalità di presenza
all’altro, dall’astratto al figurale, dall’impercettibile
al concreto. Dentro queste oscillazioni nascono le avventure dello sguardo
e gli orizzonti possibili del pensiero che corre e va. Dove? Verso percorsi
senza fine.
Ciò
che avvince -nella pittura di O. D. - è il tempo interno alla costruzione
del gioco, i passaggi che crescono l’uno sull’altro, le fasi
che rallentano e accelerano l’assimilazione del colore, le differenze
della luce, la sensibilità dell’opera pittorica nel suo insieme.
Per raggiungere questa sintesi occorre una forte dose di concentrazione
immaginativa, e il lavoro della giovane artista è stato, in questi
anni di ripetute verifiche, un tentativo di rifiutare il superfluo, l’ornamento
e la seduzione fine a se stessa, come caratteri deboli dell’immagine,
per puntare su minimi nutrimenti del colore, mutamenti radicali capaci
di suggerire un massimo di estensione spaziale e temporale.
La superficie dell’opera, percorsa da flussi impercettibili di colore-luce,
è spesso abitata da piccole icone stilizzate che richiamano forme
di animali, figure di natura simbolica dislocate secondo un ordine mentale
che l’artista segue al di là di ogni schema prestabilito.
Si tratta sempre di un gioco dell’inconscio che la ragione controlla,
quasi per tenere a distanza il fluire inquieto dei pensieri che affollano
la mente: pensieri positivi e negativi, istinti di vita e di morte, tracce
del vissuto e intuizioni ancora da vivere, ciò che si conosce e
ciò di cui non si sospetta ancora l’esistenza. Questo è
il brivido della creazione, il desiderio di volerla assecondare ad ogni
istante, quasi senza sapere dove condurrà!
Osservando
ciò che O. D. ha dipinto tra il 2000 e il 2004 si avverte la presenza
di elementi fantastici all’interno di scelte compositive che richiamano
l’idea di misura, di numero e di peso. Le scacchiere del 2000 non
sono mai rigorosamente geometriche ma alludono ad uno spazio dove la geometria
galleggia nella luce del vuoto. Le caselle sono ombre luminose sospese
davanti allo sguardo, talvolta accolgono un cerchio grafico ma sono quasi
sempre libere di mostrare la purezza del pigmento. Dalla determinazione
delle forme astratte nasce la possibilità di fantasticare dentro
le strutture primarie dello spazio, all’interno dei vuoti che diventano
pieni, e viceversa. È la sensibilità della pittura a suggerire
racconti e avventure che il lettore deve immaginare, facendo emergere
la parte inespressa, ciò che sta nascosto tra le pieghe del linguaggio,
sotto la sua pelle visibile.
In modo altrettanto allusivo agiscono le opere del 2003, superfici costruite
come ragnatele di linee che sovrappongono diverse indicazioni prospettiche,
esili trappole della mente, gabbie sottili del pensiero entro le quali
dimorano strane presenze che oscillano tra l’umano e l’animale.
In questa stessa stagione di ricerca O. D. mette a punto una tessitura
fatta di vibrazioni luminose orientate in senso verticale, stratificazioni
di linee giocate sul contrasto chiaroscurale, con varie dominanti cromatiche
che assorbono ogni altra presenza. E’ come immergere lo sguardo
dentro un fondale di luminescenze che lascia affiorare passaggi di luce,
forme galleggianti, illusioni di profondità che stanno in superficie,
ancora strani esseri che sembrano insetti, cavallucci marini, dettagli
di flore e di faune immaginarie.
Queste
descrizioni non sono importanti, del resto è sempre arduo descrivere
la pittura, resta il fatto che le parole sono perlomeno utili per avvicinare
il clima d’immagine che O. D. privilegia nel rapporto con il colore,
vale a dire la necessità di affidarsi all’emozione cromatica,
intesa come sentimento lirico dello spazio che va oltre la sapienza tecnica
e il rigore esecutivo.
Dare valore corporeo alle evanescenze della luce non sarebbe possibile
attraverso il puro e semplice progetto, proprio per questo la ricerca
sempre diversa dei ritmi delle pennellate consente di affrontare l’opera
come esperimento di qualità inedite del colore, tramiti provvisori
attraverso i quali si possono raggiungere esiti non calcolabili, effetti
cromatici non prevedibili.
Su questa strada si muove O. D. anche quando le sue intenzioni si fanno
filosofiche, diventano sentieri teorici o intense riflessioni interiori
che sembrano non tenere conto dei tempi di esecuzione delle opere.
In questi casi non bisogna dimenticare il piacere della pittura, l’urgenza
di pensarla e di farla, la necessità di viverla attraverso il gesto
del rischio e il senso dell’attesa, luogo delle differenze che produce
un sistema variabile di forme che sconvolgono le abitudini percettive
del lettore. E il lettore non può che rafforzare le sue capacità
di analizzare l’immagine come strumento di illuminazione della natura
oscura delle cose.
Tra gli scritti sparsi dell’artista emerge la necessità dell’arte
come “movimento visivo che includa tutti i sentire” o, come
meglio viene indicato per via di allusioni concatenate, emergono questi
imperativi categorici: “ i sensi dell’arte, sentire la realtà,
sentire ciò che dobbiamo = creazione”.
Sul filo di queste tensioni, O. D. guarda la realtà attraverso
minimi passaggi che permettono di cogliere le parti segrete che stanno
dietro lo spazio e il tempo apparente, presenze che si annidano tra passato
e futuro attraverso la costruzione del presente. Siamo di fronte a quella
dimensione che l’artista capta con segni e colori difficili da identificare
in una visione limpida, piuttosto essa emerge per via di evocazioni interiori,
aspirazione dell’essere, tracce indistinguibili del visibile eppure
fortemente collegate all’esperienza della vita.
Del resto, non si può eludere il fare e il sentire l’arte
come materia che si trasforma tra le mani: mani che progettano e realizzano,
mani che pensano e sognano, mani che non tradiscono le idee ma le trasformano
senza finzioni.
Il corpo e la mente del fare pittorico non ingannano mai il desiderio
di fissare il colore come identità sospesa tra luce e ombra, tra
opacità e splendore, come percorso che torna su se stesso a costo
di ripetere le medesime strutture della forma.
Per questi motivi l’attuale lavoro di O. D. tende a modificare le
proprie ossessioni, verificando le forme acquisite attraverso il loro
spostamento sulla superficie, come se si trattasse di giocare nuove ipotesi
all’interno del processo creativo, rischiando qualcosa che va al
di là delle regole stesse del linguaggio.
Siamo di nuovo, nelle opere più recenti, ad un grado di maggiore
consapevolezza di quel gioco di cui si parlava all’inizio, quel
sistema di possibilità che rimane la metafora più convincente
per comprendere quanto l’artista sta mettendo a fuoco, innescando
nuovi processi di chiarificazione nel divenire della superficie.
Testo di Enzo
Santese - 2004
Quella
di consentire al pubblico un contatto diretto con l'ambiente in cui l'artista
opera e, magari, con alcune fasi di realizzazione della pittura o scultura
è una bella abitudine che va prendendo corpo e diffusione. Olga
Danelone nel suo atelier presso San Giovanni al Natisone organizza un'occasione
di queste, detta appunto "Open Studio", in cui sono in mostra
i lavori che testimoniano l'evoluzione dell'autrice fino ai più
recenti risultati della sua ricerca. La riflessione parte dall'analisi
esistenziale, dalla necessità ricorrente di una scelta rispetto
ai fatti della contemporaneità. La corda è elemento metaforico
che rappresenta la tensione dell'individuo di fronte a due forze contrastanti
che lo attraggono; la sua capacità poi lo porta a "cedere"
a quella che meglio si inserisce nelle sue linee strategiche e più
agevolmente aderisce al suo dettato caratteriale. In questo senso la storia
dell'uomo è fatta di una sequenza inarrestabile di cose fatte e
poi disfatte, di progetti abbandonati e poi ripresi, di desideri accantonati
e poi riproposti. Dentro tale ambito concettuale viaggia la pittura di
Olga Danelone, protesa a ricercare sulla superficie (per lo più
lignea) i sensi di una profondità, dove proiettare le inquietudini
e le perplessità di fronte all'esistente. Il quadro si presenta
come una tessitura prodotta da linee verticali chiare, ravvicinate e interrotte
talora da squarci di tonalità scure come il fondo oppure da colori
diversi derivati soprattutto dal blu. E' l'emblema di un mondo interiore
raffrenato dalle reticenze del soggetto e dalle remore psicologiche, ma
non chiuso da non lasciar trapelare l'ombra delle paure: ragni, vermi,
scorpioni, cani stilizzati attraversano a tratti questi improbabili schermi
della coscienza e accentuano la consapevolezza che ogni programma a breve
o lunga scadenza deve essere commisurato con le resistenze oggettive della
quotidianità. L'impianto grafico e la gamma cromatica che privilegia
le terre danno leggerezza all'opera, contribuendo in maniera sostanziale
a neutralizzare la carica drammatica del pensiero alla base del processo
creativo.
Testo di Enzo
Santese - 2003
Olga
Danelone accartoccia consapevolmente la sua ricerca attorno a una metafora:
l'essere umano è spesso in balìa degli eventi, che egli stesso determina
con le sue azioni senza saperle governare appieno. Lo stesso movimento
nel tempo e nello spazio esula dalla volontà del singolo, ma dipende spesso
da una volontà collettiva che lo produce. Da ciò la raffigurazione di
strane presenze, a prima vista cavallucci marini che hanno testa umana
e braccia capaci di afferrare la coda in una circolarità senza rimedio.
Ogni nostro comportamento nella vita quotidiana è sottoposta a una classificazione
che ci incasella, così l'artista nella sua pittura (ma anche in alcune
incisioni) scandisce lo spazio con il rigore geometrico di una quadrettatura
da tabella statistica; qui dispone alcuni elementi che, di volta in volta,
assumono valenza simbolica, tratto polemico, slancio ludico. Proprio quest'ultimo
aspetto è lo strumento che serve all'artista friulana per esorcizzare
il negativo dell'esistenza e farlo lievitare verso una metamorfosi in
positivo, in direzione di più gradevoli aspetti dello sguardo, disincantato
e disponibile al sorriso. In tutto dentro un complesso cromatico ridotto
all'essenza e inserito talvolta nel dominio di un unico colore, usato
in una stesura delicata, vicina all'evanescenza.
Testo di Andrea
Bruciati - 2001
L'estrema
attenzione alla stesura cromatica e la delicatezza nel susseguirsi dei
toni e delle sfumature sono i primi elementi che le tele di Olga Danelone
suggeriscono allo spettatore ignaro della poetica che muove la pittrice.
La capacità di saper gestire la superficie attraverso timbri e cadenze
pacate e pennellate leggere si unisce ad una trasparenza delle campiture
che trova massima espressione nelle opere eseguite su materiali frammentari,
senza peso, intessuti, come la tela grezza su un canovaccio semplice.
L'opera rivela un lirismo e una sensibilità tutta femminile che si avvale
di elementi minimi ed insieme emotivi e liricamente sentiti. La bidimensionalità
è percorsa da segni, sia che si vogliano leggere quali texture o cellule,
segnali erosi, corrosi, esperiti che, al di là di un efficace e scarno
decorativismo rivolto ad una pittura autoreferenziale, suggeriscono, rimandano
e compongono figurativamente l'universo spirituale e soggettivo dell'artista.
La dimensione spaziale e strutturale della pittura conduce l'artista ad
una consapevolezza nuova della tela, inteso, ora, come luogo esperito.
La scansione del tempo, come rivela la stessa autrice, viene conseguita
con la ritmicità degli elementi geometrici e con la pausa spaziale cui
sottostà l'economia compositiva di tutta la recente produzione. E' attraverso
questo ritmo e musicalità dei diversi accordi, soprattutto quelli realizzati
con le cromie più difficili e a-tone, che il tempo entra nella tela, che
l'indagine strutturale del dipinto diviene materia fluida di una propria
evoluzione professionale e personale. Lei stessa, occorre rilevarlo, vive
questi spazi a due dimensioni, come una specie di racconto diaristico
del proprio vissuto, in cui tutto è 'gioco, movimento, essere'. La pittura
quindi quale traduzione fra 'la parte corporea che è in noi e quella fumosa,
immateriale, che ci crea un vuoto in gola': quale campo di riflessione
sul far pittura ed elemento costitutivo in cui la superficie aperta ad
una dimensionalità nuova si proietta verso una spiritualità che non nega
la vita, ma la riafferma quale luogo dell'esistenza.
Testo di Alberto
Garlini - Luglio 2002
La
visione mistica si compone di nulla. È visione del nulla. Secondo il percorso
neoplatonico: la visione toglie dal mondo le cose del mondo, le astrae
fino all'idea, e poi fino all'unità, al bene, al bello, al vero. L'intelletto
allora gode del più grande godimento, l'assenza di godimento. Come è noto
la storia della esperienza mistica, e in particolare l'esperienza mistica
cristiana, è fatta anche di carne, di erotismo, di prolungati digiuni,
di annichilimento di sé, di sangue, sacrificio: per giungere al traguardo
della Conformatio Christi: cioè trasformare il proprio corpo nel corpo
del sacrificio di Cristo. Quanto questo pensiero e questa pratica siano
abissali - aggiungo una sola parola e un solo mistero: Eucarestia - lascio
al lettore immaginare; ma nel caso delle opere pittoriche di Olga Danelone
mi fermerei alla visionarietà pre-cristiana, a uno sguardo puramente intellettuale
che, per via di continue purificazioni, arriva fino alla forma prima,
all'idea pura. Se osserviamo attentamenti i quadri di Olga Danelone, e
se a posteriori ne ricostruiamo l'iter, noteremo che l'artista parte rielaborando
un'icona generalmente tratta dal mondo artistico, e piano piano la spegne,
la riduce a minima variazione di tono, la rende diafana e trasparente:
cerca di togliere la vita dall'oggetto, per ridargli una vita intellettuale,
o come traduce Pierre Hadot (grande interprete del pensiero di Plotino)
spirituale. A chi obiettasse la freddezza di queste opere, potremmo rispondere
che la freddezza è sostanziale per una visione che non può avere nulla
a che fare col mondo della materia. E che in questo suo fuggire la materia
- ovvio destino del filosofo, strano destino per un pittore -, Olga Danelone,
quasi per disposizione ironica, si affaccia su un baratro, un nulla. Cosa
ci sia dietro il quadro, dietro l'ultimo tentativo di fermare in visione
la cosa, nessuno lo sa, e penso che non lo sappia nemmeno l'artista: il
nostro scopo di esseri umani è arrivare fino in fondo alla conoscenza,
esplorarla, solleticare l'oltre, sapendo di non potere mai raggiungerlo.
Testo di Stefano Aloisi
- Luglio 1998
In divenire
In una riuscita rielaborazione di antiche tecniche e nella ricerca di
nuovi ed originali moduli linguistici si configura l'odierna produzione
artistica di Olga Danelone. L'uso dello stucco, le tavole centinate, la
riuscita appropriazione dei segreti dei materiali trattati e il modo attento
e quasi certosino di lavorare sono elementi di giudizio che delineano
l'attività dell'artista udinese in modo invero singolare. Le sovrapposizioni
materiche, disposte quasi in maniera liquida, si spiegano, nei lavori
della pittrice friulana, come sicura valenza psichica affermando, nella
loro presenza, come il pensiero trova forma nelle cose e che le cose attraversa
in una sorta di magma gioioso e vitale.
da Testo di Stefano Aloisi
- Aprile 1997
In una sorta di rilettura
della cosiddetta pittura analitica, tesa ad un’unione tra la pratica
del dipingere e il pensiero teorico, si svolge la ricerca artistica, che
segna il periodo che va dal ’93 al ’97, di Olga Danelone,
attenta, infatti, ad una indagine conoscitiva che si impossessa delle
oggettive strutture della pittura. In una sorta di allineamento su posizioni
come quelle di Pino Pinelli e Robert Mangold si determina tale ricerca
e i risultati parlano di una pittura - pittura, nonché di una sicura
conoscenza di tutti i passaggi che dal piano teorico sfociano nell’opera
realizzata.
In questo ciclo di opere della Danelone è la natura, sia in tentacolari
tronchi accatastati, sia sotto forma di geometriche file di eterei arbusti,
a parlare in prima persona. Una natura, però, avulsa dalle consuete
raffigurazioni iconografiche, pronta, piuttosto, a vivere come un fondale
in cui s’inseriscono i mondi interiori e spirituali dell’artista.
Tali segnali dell’anima, prendono la forma di piccoli riquadri,
minuscoli tasselli colorati che velocemente illuminano un momento, un
istante. Valenze crittografiche, particelle cromatiche, sono elementi
tautologici di un comune desiderio che si muove in direzione di un “andare
oltre” l’immagine oggettiva, mettendo in luce gli eterni aneliti
dell’uomo in direzione del divino.
Lo stesso supporto è stato “usato”, dall’artista,
in tutte le sue asperità e dissonanze fisiche. Avviene così
che i dipinti e le incisioni della Danelone vivano in proprio, sin nella
materia stessa che li determina.