LA SCRITTURA SEGNICA DI OLGA DANELONE DI Gerardo Pedicini, Napoli 2013

Pubblicato il

Sussurri & Grida, diretto da Carmine Zaccari, edito in italiano e russo, dicembre 2013
LA SCRITTURA SEGNICA DI OLGA DANELONE

Le opere del ciclo “Inventari e invenzioni” l’opera di demistificazione del linguaggio e del potere della pubblicità risulta ancor più viva perché condotta con ironia dall’artista

Dopo la mostra all’Istituto Italiano di Cultura di Lubiana nel 2009, la presenza alla 54° Biennale di Venezia nel 2010 e ancora la partecipazione a varie manifestazioni collettive e personali a Milano, Vercelli, Genova, Napoli, Trieste, Pordenone, Gorizia, S. Vito al Tagliamento, Spilimbergo, Cividale del Friuli, San Giovanni al Natisone e la significativa mostra al Sharjah Art Museum (United Arab Emirates) con il ciclo DiSegnomentale, recentemente le opere dell’artista friulana, Olga Danelone, sono state ospitate nella sede della Regione Friuli-Venezia Giulia del Palazzo Ferrajoli a Roma. Come si desume dallo stesso titolo, le opere del ciclo Inventari e invenzioni nascono da due distinte operazioni: la prima dalla paziente e laboriosa raccolta e catalogazione delle immagini provenienti dal linguaggio quotidiano delle riviste di moda e della pubblicità; la seconda dalla rielaborazione dei segni inventariati. Operazione, quest’ultima, molto vicina alla poesia visiva in quanto l’originale e la successiva versione, nell’atto stesso della nuova collocazione, vengono sottoposti a un’indagine riflessiva che “consente all’artista di passare dal piano per così dire del parlante (e dell’artista che opera su un livello immediatamente espressivo) a un piano analitico” (F. Menna), prima di essere inseriti in un nuovo campo di significazione. In Danelone, la transcodificazione, per di più semiotica, da un codice a un altro si attua attraverso la collusione dei segni tra loro che consente “il necessario divaricamento tra livello naturale e livello astratto, tra il fare l’arte e il fare nello stesso tempo il discorso sull’arte” (F. Menna). Da un lato abbiamo, infatti, il linguaggio della pubblicità, ridotto a semplice icona; dall’altro, attraverso abrasioni, cancellazioni e depotenziamento dei colori, il nuovo campo visivo ottenuto dall’opera di smontaggio e rimontaggio fotografico.

L’attento e calibrato riposizionamento della scrittura segnica rende ancor più viva l’opera di demistificazione condotta con sottile ironia e amara riflessione sul potere della pubblicità.

Processo che si avval e del percorso conoscitivo prodotto dalle configurazioni e dalle connessioni della densità sinaptica dei circuiti neuronali studiati da Gerald M. Edelman attraverso delle vere e proprie radiografie mentali.

Anche in questi recenti lavori, come nei cicli precedenti di Espansioni, Inclusioni e Gold Fish, predominano i reticoli dei segni costituiti da intrecci di linee, da sovrapposizioni di nodi, dal susseguirsi di tracce fittamente tessute ma, a differenza delle opere precedenti, in queste ultime, al libero e continuo

dare e venire nel tempo e nello spazio senza un inizio e una fine, si accompagna la viva e desta azione della mano sulla pagina, tesa a correlare i segni tra loro e a dare al processo analitico un proprio status di conoscenza perseguito con rigore d’analisi in modo da perseguire e realizzare un’immagine senza alcun riferimento all’oggetto reale, anzi quest’ultimo da icona, da immagine depotenziata di ogni significazione, diventa tramite di una nuova significazione, diventa cioè processo di conoscenza. E qui i riferimenti abbondano a dismisura. Oltre ai circuiti neuronali di Edelman, si può fare riferimento alla quantistica, all’atomo, al fotone, alla probabilistica e ai “nuovi umanisti Dawkins, Sam Harris, Christopher Hitchens e a quelli più datati come George Orwell oppure ironici e divertenti come Mark Twain, Kurt Vonnegut, Edoardo Mendoza, John Kennedy Toole”, come la stessa artista suggerisce. Un ventaglio di

indicazioni che porta l’artista a concepire il proprio lavoro come un’azione ecologica, cioè come un’azione liberatrice che parte dal “proprio corpo o nicchia” per stabilire le interrelazioni tra l’io e il proprio vissuto con ciò che si intende perseguire. Ciò le consente di agire liberamente sulla materia e le permette di immaginare “un insieme di piani in profondità dove tutto fluttua, un tutto che vive…o muore, un divenire dove non esistono certezze ma casualità di energia”. Ed è proprio questa energia liberatrice che dà forma alla nuova immagine. È un percorso, questo, denso di motivi e ricco di emozioni, per cui il fluttuare di energia vitale si dirama in flussi e andamenti concentrici come le onde di una pietra gettata in uno stagno.

Questi motivi si concretizzano in varie forme nei lavori dei cicli Animals, Espansioni, Inclusioni e Gold fish. In essi è preminente la rete filamentosa che si stende sul foglio o sull’immagine di base in una serie inestricabile di fili che, in virtù delle evoluzioni delle linee e delle ombreggiature dei tenui colori, si diramano da ogni parte per costituire la fitta tessitura che sembra provenire da una postazione assoluta.

In Inventari e invenzioni la fitta rete è tesa invece a disancorare l’immagine dall’assolutezza

dell’astrazione. Ciò spiega perché le immagini prelevate dalle riviste, prive della seduzione del colore e inserite in un nuovo campo percettivo, si pongono come discorso per una critica serrata dell’universo merceologico a cui, quotidianamente, siamo sottoposti. Pertanto, attraverso abrasioni, contaminazioni e alterazioni coloristiche, si viene a costituire una nuova scrittura visiva che diventa, come suggerisce l’artista, un’unica “forza contenente una miriade di forze che si esprimono, o che virtualmente hanno la capacità di farlo”, nel campo dell’arte, e non solo.