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Racconto di multiversi
È semplicistico e inutile cercare di dividere gli artisti che utilizzano la pittura per la loro ricerca in due gruppi: figurativi e astratti. Si tratta di etichette, compartimenti stagni in cui si cerca di stipare ogni cosa per comodità, per gretto desiderio di semplificazione, in cui non esistono sfumature, complessità anche di natura percettiva.
Proprio in tal senso è da leggersi il lavoro di Olga Danelone, che è privo di senso bollare cioè etichettare nell’ambito della pittura astratta. Molti sono i motivi della sua ricerca, che nel corso degli anni ha teso sempre più a determinarsi, a trovare un significato, un perché, uno scopo.
La partenza, giovanissima, negli anni ottanta, è, come prevedibile, figurativa con i soggetti che le stanno intorno, ma tra le parole che scrive in quegli anni con l’ardore di un adolescente si legge già “astrazione”. Gli anni giovanili sono segnati da una sorta di simbolismo in cui è il tentativo di sviscerare il senso dell’esistenza anche attraverso una pittura vicina a certi “Valori plastici”, a certo tonalismo.
Ma in tutti questi lavori, sino all’inizio degli anni Novanta, si coglie il senso dello studio, del tentativo, della sperimentazione, la ricerca di un proprio linguaggio. Sino all’apparire dei paesaggi tra il 1991 e il 1992 dove si comincia a intravedere chiaro un cammino che l’avrebbe portata a esiti coerenti a quelli attuali. Dal paesaggio naturale, dalle immagini di alberi, Olga Danelone si avvia a un’essenzializzazione che la spinge dritta dritta al segno di qualche tempo successivo. Qui vengono in mente Piet Mondrian e il suo cammino che dai paesaggi fiamminghi conduce alle composizioni astratte per cui è universalmente noto.
L’abbandono della figurazione, del riferimento alla realtà è un processo per lei lungo, sofferto. La dendrologia, per esempio, diviene motivo di indagine pittorica. Già in queste opere si coglie quel senso di sacralità universale, di misticismo laico-naturale, che sarebbero divenuti in seguito temi portanti della sua ricerca.
Dalla fine degli anni Novanta è un avvicinamento alla filosofia, è la scoperta dei grandi maestri che hanno segnato il nostro pensiero.
Danelone è affascinata dal senso di movimento non solo nell’accezione spazio-temporale, ma piuttosto in quella di passaggio, di mutamento di stato, di condizione anche in chiave scientifica. È attratta dall’idea di circolarità dell’esistenza, nella quale sono sempre un inizio e una fine. In tal senso l’idea di attraversamento dei vari stadi. A questo proposito si è trovata più volte ad analizzare la sua condizione mentale, cerebrale nell’atto di dipingere. Si tratta di una sorta di analisi di tipo concettuale sull’atto stesso del fare arte, sulla sua intenzionalità.
Il segno che arriva sul supporto pittorico, in realtà, è perfettamente speculare a quanto accade nel suo pensiero. Pensiero inteso anche come memoria, che è già stata protagonista dei suoi lavori di qualche anno fa; i titoli sono, in tal senso, inequivocabili: Dentro il ricordo, Dopo il ricordo. Nel 2006 scrive: «Memoria e istinto, due concetti che si aiutano, la consapevolezza dell’azione del momento che vive insieme ad un sentito già provato. Riuscire a dare un valore al sentire del momento destreggiandosi dal passato, compiere delle azioni neutre, non portatrici di sentimenti incongrui» (O.Danelone 14.2.2006)
Nei lavori di questo periodo realtà e memoria si sovrappongono come in un palinsesto, dove non è possibile cancellare del tutto ciò che sta sotto, creando una sorta di delicato velo che in parte cela i palesi richiami al circostante.
Nei lavori più recenti, oggi in mostra a Nova Gorica, pare non esserci né inizio né fine, come se ci trovassimo di fronte a un continuum: in tal senso il richiamo a certi filosofi greci, all’Eraclito al quale è stato attribuito il panta rei. Il rimando, forse inconscio, è anche a certa pittura a certo Spazialismo alla Crippa, al segno di Gastone Novelli, come se si riuscissero a intravedere delle storie. Il segno si fa cammino, forse via del canto, parafrasando Chatwin.
Danelone è affascinata dal concetto di universo a strati infiniti, dalla quantistica che ha fortemente influenzato il suo atteggiamento nei confronti della ricerca in ambito artistico.
Molti artisti riescono a dare il meglio di sé nell’exploit iniziale, nei primi anni della loro attività, forse presi da un entusiasmo solo apparentemente inesauribile, per poi spegnersi con il passare del tempo in una sorta di maniera. Per altri il meglio arriva con la riflessione, lo studio, la ricerca, che trovano un senso sempre più chiaro con il passare degli anni. Si pensi, in tal senso, a un artista come David Simpson, oggi ottantenne che negli ultimi venti anni ha dato vita alla parte più intensa e interessante della sua ricerca.
Così Olga Danelone che nelle opere realizzate negli ultimi anni ha trovato una strada, ha segnato un suo percorso, ha rintracciato un nitido filo rosso che la porta direttamente alla visione del multiverso, in cui, tuttavia, è determinante anche l’aspetto della tangibilità tra lei stessa e quanto le sta di fronte.
In tutto questo, decisivo è anche il ruolo del vuoto, che conduce direttamente alle filosofie orientali, che lei utilizza come strumento per comprendere la sua realtà. Il vuoto è l’aria, il passaggio, la distanza. In tal senso è da leggersi il bisogno di guardare ad altri linguaggi: dall’installazione, al video, alla fotografia.
Il lavoro di Olga Danelone, pur non contenendo nessun riferimento palesemente sociale, in realtà si pone il serio problema di prendere coscienza delle cose, del circostante, proprio attraverso il linguaggio dell’arte al di là della sua specificità. Nelle opere qui in mostra è la sua esperienza esistenziale, etica nell’attuale società: nessun giudizio, piuttosto il sentirsi dentro, partecipe di ciò che accade.
Nei suoi lavori, nei quali il segno talvolta si sovrappone all’immagine, intesa come traccia, testimonianza del reale, si percepisce la volontà di porsi nell’attualità da un punto di vista del pensiero, con un sentire libero da qualsivoglia pregiudizio.
Angela Madesani 2009, Art Critic, Milan, Italy.
A short account of Multiverses
To divide artists who use painting in their quest into two groups – figurative and abstract – is both
simplistic and unhelpful. They are labels, stagnant categories which absorb everything for
convenience, for the narrow-minded desire for simplification, in which there is no room for nuance
or complexity even of a perceived nature.
It is with this in mind that one should read the work of Olga Danelone, for it makes no sense to
place it, or label it, in the abstract sphere. The reasons for her research are many and in the
course of the years she has increasingly strived to define herself, to find a meaning, a reason, a
purpose.
Her first works, done in the eighties at a very young age, were, predictably, figurative, using
subjects surrounding her. However, in the words that she wrote in those years, with the ardour of
an adolescent, one can already read the “abstract”. Her early years were marked by a kind of
symbolism in which there is an attempt to distort the meaning of existence through a painting style
close to certain “plastic values” and certain tonalism.
In all these works, beginning from the early nineties, it is possible to grasp the direction of her
quest, the attempt, the experimentation, the search for her own language. From the appearance of
the landscapes between 1991 – 92 one can begin to catch a distinct glimpse of the path which
would lead to the coherent results of her present works. From the natural landscape to the images
of trees, Olga Danelone started out with an essentialism which leads straight into her successive
works. Piet Mondrian comes to mind and his journey which took him from the Flemish landscapes
to the abstract compositions for which he is universally known.
The abandonment of the figurative, from the initial references to the reality, was a long and suffered
process for Danelone. Dendrology, for example, became a reason for pictorial investigation. In
these works it is already possible to grasp that sense of universal sacredness, of a secular-natural
mysticism, which would later become themes central to her research.
Since the late nineties Danelone has nurtured an interest in philosophy and the great minds who
have shaped our thought. She is fascinated by the meaning of movement, not only in a
spatiotemporal sense, but rather by the idea of its passage, of changing states and conditions even
in scientific terms. Danelone is also attracted by the idea of the circularity of existence, in which
there is always a beginning and an end. From this comes the idea to cross the various stages. It
is with this aim in mind that she has, on more than one occasion, found herself analyzing her
mental, cerebral state in the act of painting. It involves a type of conceptual analysis of the act
itself of making art, of its intentionality.
The impression gained from the paintings is, in fact, a perfect mirror of what happens in her mind.
Deep thoughts like memory, which was already the protagonist in her works of some years ago; in
this sense the titles are unequivocal Dentro il ricordo, Dopo il ricordo (Inside the memory, After the
memory). In 2006 Danelone wrote «Memory and instinct, two concepts which help each other, the
awareness of a movement in the moment in which it is lived together with a sentiment already
experienced. To be able to give a value to the feeling of the moment, steering away from the past,
to accomplish a neutral action, to avoid bringing to it inappropriate feelings »1.
In her current works reality and memory overlap as if in a palimpsest, in which it is not possible to
completely cancel what lies underneath, creating a type of delicate veil which in part conceals the
evident recall to her surroundings.
In her most recent works, currently in exhibition in Nova Gorica, there seems to be neither a
beginning nor end, it is as if one finds oneself in front of a continuum; in this way recalling certain
Greek philosophers, such as Heraclitus to whom the panta rhei has been attributed. These works
also make reference, perhaps unconsciously, to a certain type of spatial art in the style of Crippa,
with traces of Gastone Novelli, through which it is possible to detect stories. These signs walk on,
possibly around the corner, to paraphrase Chatwin.
Danelone is fascinated by the concept of a universe made up of infinite layers, which has strongly
influenced her behaviour in terms of artistic research.
Many artists manage to express themselves best in their initial exploits, in their first years of
activity, taken over by a seemingly inexhaustible enthusiasm which with the passing of time fades
into a type of style. For others their best work comes through reflection, study and research,
finding an ever clearer meaning over the years. The example of the artist David Simpson comes to
mind, now in his eighties, who over the last twenty years has given life to his most intense and
interesting pieces.
In the same way, Olga Danelone in her recent works has found a path; she has traced a clear red
thread which leads directly to her vision of the multiverse, in which the tangible quality between
herself and what she has in front of her is determining. Throughout, a decisive role is also played
by emptiness leading directly to oriental philosophy, which she uses as an instrument to
understand her reality. Emptiness is air, transit, distance. It is in this sense that one should read
the need to look towards other forms of expression: installations, videos and photographs. The
work of Olga Danelone, though containing no expressly social reference, in reality poses the
serious problem of becoming conscious of things, of ones surroundings, using a non-specific
artistic language. In these works on display is her existential existence, ethics in today’s society:
not to judge but to participate in what happens. In her works the image is often superimposed by
the impression, which is understood as a thread, a testimony to reality. One perceives the will to
place herself in the present in terms of her thinking, feeling free from any type of prejudice.
1 O.Danelone, 14.2.2006.
( translated by Lucy Lancaster )
Il segreto della forma sta nel fatto che essa è confine;
essa è la cosa stessa
e, nello stesso tempo, il cessare della cosa,
il territorio circoscritto in cui
l’Essere e il Non-più essere della cosa
sono una cosa sola. (George Simmel)
Intrecci e fitte trame di linee costituiscono la cifra essenziale delle immagini di Olga Danelone. Un dedalo inestricabile, un accumulo di linee-cirri che somigliano a uno sfilacciato e liso tessuto o al gioco del Mikado. Il tutto rimanda a una percezione della conoscenza frutto della casualità e delle relazioni spazio-temporali che, come scrive Enrico Bellone, in I corpi e le cose, si realizza “grazie a processi che avvengono nei nostri corpi e che, nella stragrande maggioranza dei casi, sfuggono completamente alla nostra consapevolezza” in quanto sono dipendenti dalle sensazioni che riceviamo nell’esplorare l’ambiente e la descrizione” che abbiamo di quest’ultimo, “insiemealla folla di comportamenti che ciascuno esibisce per adattarsi alla propria nicchia”.
Questo in superficie, ma se si analizza l’andamento franto delle linee, le corrispondenze tra i pieni e i vuoti, la calcolata simmetria tra i sottili e nervosi cirri lineari, l’alternanza dei colori si ha sùbito la sensazione di trovarsi di fronte a un sottile gioco di intelligenza. E quello che ci è apparso come un divertito passatempo, diventa processo, andamento del pensiero che, pur nella sua apparenza asistematica, rincorre una propria matura visione interiore. Anzi, di fronte al frangersi e al continuo spezzarsi e incrociarsi delle linee si comprende che l’artista ricerca e rincorre, con lucidità, una propria intima immaginazione che, se è vero che nasce dal rifiuto di ogni accredita misura estetica, non per questo manca di una propria ferrea logica interiore. Ed è una logica che parte innanzitutto dalla coscienza della crisi del mondo moderno, dalla caduta di ogni armonia prestabilita, dalla consapevolezza del declino delle ideologie e dalla necessità di ritrovare, internamente, nuove regole che possono corrispondere alla crisi del soggetto. Da qui la necessità di formulare nuove postazioni visive e dare concretezza a quanto scrive Gadamer, quando afferma che “l’essenza dell’opera risiede propriamente nel fatto che essa diviene un’esperienza che modifica colui che la fa. Il subiectum dell’esperienza dell’arte, quello che permanee dura, non è la soggettività di colui che esperisce l’opera, ma è l’opera stessa”.
Vista da questa angolazione meglio si comprendeil pensiero dell’artista, quando scrive che le “piace immaginare, guardando un foglio…., un insieme di piani in profondità dove tutto fluttua, un tutto che vive…o muore, un divenire dove non esistono certezze ma casualità di energia”, “come due verità che si scambiano il posto e mai rimangono ferme a se stesse ma si cercano a vicenda, annullandosi in una sola immagine” “ bidimensionale dove molte particelle corrono, si incrociano, vanno, vengono, si fermano, ripartono solo sentendo l’impulso centrale del tutto”. Il riferimento alle esperienze filosofiche di Democrito, Antistene, Diogene, Epicuro come alla pienezza emozionaledi Michel Onfray, alla fisica quantistica, alle postazioni probabilistiche della logica matematica e alla genesi e all'evoluzione in campi che vanno dalle scienze fisiche alle scienze umane e sociali descritte da René Thom, costituiscono il terreno fecondo su cui l’artista friuliana base la sua esperienza pittorica.
Insomma, per Olga Danelone le sue “architetture” visive, si chiamano esse animals, espansioni, deflagrazioni, non sono altro che de los murmullos, un “hecho plástico” che sorge dal nulla e che non dipende e non fa riferimento a nessuna realtà oggettiva: si generano dalla pittura stessa, dalle situazioni interne ai segni, dal modo cioè con cui questi ultimi istituiscono e stabiliscono le corrispondenze tra icone, immagini e simboli in stretta intimità con le proprie pulsioni.
Attraverso questo processo l’artista perviene al proprio dizionario visivo. In apparenza, alcuni aspetti formali della sua pittura potrebbero far pensare alla tessitura di una ricerca geometrica, ma è lei stessa ad escluderlo quando scrive che, in assoluto, non si considera una artista astratta e, pur facendo ricorso da un lato a Bridget Riley e dall’altro all’olandese Huygens, per lei l’arte è “la forma única de preguntarse, de interpretar los hechos, de las vivencias” interiori.
Da qui, i due scomparti di colori in cui viene suddivisa la scena pittorica su cui, come una quinta teatrale, appaiono tracce, frammenti informi di segni che richiamano alla memoria brandelli dimenticati di un territorio della mente. Con attenta ricostruzione l’artista dà loro vita, trasformando l’infranto in un nuovo sistema di segni. I limiti della ragione geometrica vengono così superati e ricomposti per dare nuovi significati alle forme. Da qui il suo diccionario de los murmullos che si presenta ora come albedrío, ora come orden matemático, ora come eventos turbadores, ora come diario de un narcisista, ecc. In questo modo l’artista dispiega l’essere del proprio linguaggio come nuovo templum dell’io per diventare - come scrive Benjamín -, “essere linguistico ella stessa” per corrispondere alla essenza spirituale che è in lei, a quell’essenza cioè che la porta a far esperienza dell’aver-luogo del linguaggio come argomento originario che, a partire da Aimeric de Peguilhan, significa far esperienza del linguaggio, cioè essere chiamati a parlare dal nulla e rispondere al nulla.
A questo riguardo si può citare Gil de Biedma per il quale l’arte è “un juego que no es”, “un campo donde desarrolar el ingenio, de tal manera que una banalidad ingeniosa pueda adquirir la catagoria de arte”.E questo è un modo non semplice e senza dubbio non banale di corrispondere alla crisi del linguaggio moderno.
Gerardo Pedicini, 2008, Poet and Art Critic, Naples, Italy.
Olga Danelone's images are essentially formed by thick, interwoven schemes of lines. Everything
goes back to a perception of the consciousness which is the fruit of fortuity and spatiotemporal
relations. As Enrico Bellone writes in 'I corpi e le Cose' ('Bodies and Things') perceptions are
created 'thanks to processes which happen inside our bodies but which completely elude our
consciousness and which are dependent on the sensations which we receive in the exploration of
our environment together with the plethora of behaviours which we all exhibit in order to adapt to
our niche. Faced with the crashing, the continuous breaking up and the interweaving of the lines
you understand that the artist is looking for and following with lucidity her own intimate imagination.
This begins with the knowledge of the crisis of the modern world, with the fall of any pre-ordained
harmony, with the awareness of the decline of ideologies, and with the need to find inside herself
new rules which affront this crisis of humanity. From here arises the need to formulate new visual
perspectives, from quantum theory to the probabilistic of mathematic logic, to the genesis and to
the evolution in fields ranging from the physical sciences to humanities. This is the fertile ground
on which the friulano artist bases her pictoral experience.
For Danelone art is 'la forma ùnica de preguntarse, de interprtar los hechos, da las vivencias'
interior. Traces, shapeless fragments of signs which recall forgotten tatters of territories of the
mind. Through careful reconstruction the artist gives them life, transforming the tatters into a new
system of signs, her 'diccionario delos murmullos' which manifests itself now as 'albedrio', now as
'orden matematico', now as 'eventos turbadores', now as diary 'de un narcisista' and so on. In this
way, she displays the essence of her language as a new templum of self , as Benjamin writes,
'becoming the language of herself' in order to correspond to her inner spiritual essence. That
essence permits her to experience the creation of language in its origins, which, starting with
Aimeric de Peguilhan, means being called to speak from nothing and to answer to nothing.... this
is a way neither simple nor banal to answer the crisis of modern language.
L’attività artistica di Olga Danelone racchiude in sé le caratteristiche di una ricerca di analisi e di sintesi, da lei perseguita fin dagli inizi attraverso un linguaggio essenziale, pregnante, stilisticamente coerente, aperto in modo consapevole alle novità dell’arte contemporanea. Un linguaggio che non si esaurisce in una sterile ricerca all’interno di sistemi linguistici astratti, ma che appare al contrario estremamente concreto, vitale e produttivo, in grado di dare piena visibilità al rapporto appassionato e coinvolgente che la pittrice ha saputo stabilire nel corso degli anni con la superficie pittorica, al di là di ogni iniziale condizionamento programmatico o anche semplicemente progettuale.
Se non ci limitiamo a considerare il puro dato aneddotico e iconico fornitoci dalle scarne figure simboliche, dai reticoli geometrici, dai segni e dagli eleganti motivi grafici che nei suoi cicli pittorici scandiscono la superficie pittorica entro lo spazio indefinito di uno sfondo tendenzialmente monocromatico; se spingiamo il nostro sguardo al di là di questi scarni dati visuali cercando di cogliere i significati racchiusi nei complessi semantici messi in atto dalla pittrice, ci accorgiamo che la sua ricerca non si concentra mai soltanto sul puro dato formale, ma che investe direttamente, oltre alla sfera razionale, anche quella emozionale e immaginativa. Vista sotto questo profilo, la sua indagine, avviata all’insegna di una meditata riflessione sulle possibilità offerte dalle tecniche espressive, dalla natura dei materiali che supportano il piano pittorico e dalle loro dimensioni, si sviluppa con l’impegno richiesto da ogni serio approccio cognitivo e, nel contempo, con la leggerezza del gioco.
Essa appare diretta a sondare soprattutto la capacità dei sensi di cogliere in ogni minima macchia, incrinatura, striatura, variazione di colore, vibrazione luminosa della materia i segni di una realtà più profonda e di percepire un segno rappresentativo della verità anche nella più insignificante “annotazione” lasciata sulla superficie delle cose dal continuo confronto dialettico tra la volontà creatrice dell’uomo e la serie estremamente variabile degli eventi casuali che si oppongono ad ogni suo disegno programmatico e che costituiscono la sostanza del “divenire”.
Dense di segni e di annotazioni iconografiche, che si articolano con elegante leggerezza su sfondi cromatici tendenti a volte a dissolversi in evanescenti superfici luminose, le sue composizioni denunciano decisioni e scelte contenutistiche che mutano con il trascorrere del tempo, dando luogo a cicli che segnano le tappe del suo percorso evolutivo non solo in base agli interessi del momento, ma anche in rapporto alle possibilità che continuamente le si schiudono davanti. Ci troviamo di fronte a un processo di frantumazione e di ricomposizione in nuove forme del dato reale, che oscilla tra una interpretazione della realtà legata alla visione soggettivistica mistico-razionale del suprematismo russo e un’altra più contingente, più oggettiva e meno sistematica, vicina alla spiritualità Zen. Tutto ciò risulta particolarmente evidente nelle opere degli ultimi anni appartenenti alle sequenze seriali dei “giochi riflessi”, delle “ossessioni”, degli “schemi”, delle “fasi”. In esse la razionalità degli schemi geometrici e dei simboli segnici (croce, circolo, quadrato), che caratterizza il ciclo sequenziale dedicato più esclusivamente al gioco, cede gradualmente il posto una fitta trama di linee parallele verticali tracciate con gesto fluido e controllato, rattenuto entro i limiti di uno sfondo dai toni morbidamente sfumati, sulla cui superficie affiorano simboli derivati da una incisiva riduzione iconica di forme del mondo naturale o puramente immaginari. Si tratta di una pittura in cui l’oggetto – ridotto a segno, icona, soffio luminoso – non incide negativamente all’interno della superficie pittorica corrompendone lo schema compositivo o alterandone l’ordine cromatico, ma si inserisce armonicamente nell’intima struttura del dipinto, generando delicati passaggi tonali e sommesse vibrazioni luminose che animano la materia pittorica, evocano forme, sensazioni, atmosfere sempre nuove e stimolanti in una continua tensione creativa destinata a dare piena visibilità alle scelte effettuate dalla pittrice all’insegna di una volontà in grado di produrre innovazione e bellezza.
Della pittura di Olga Danelone, percorsi senza fine
Intorno alla nozione di gioco, mentale e visivo, tangibile e astratto, Olga Danelone ha incentrato figure e simboli che si muovono sulla superficie pittorica come elementi pronti ad abbandonarla per altre avventure, senza che l’immagine debba, per forza, entrare in crisi, perdere identità, smarrirsi.
L’impressione è che il gioco della pittura, a cui l’artista sottomette ogni energia e capacità d’invenzione, sia un sistema di possibilità aperto a differenti soluzioni, ugualmente legate alla dimensione del pensare e del fare: intreccio fatto di contatti e sovrapposizioni dove l’esperienza dell’arte non perde mai di vista la purezza delle idee e, nel contempo, le contaminazioni dei materiali e delle forme.
La partita che O. D. sta giocando -con irriducibile passione- indica i rischi che ogni scelta comporta, margini invisibili da trasformare in limpide visioni, scacchiere dello spostamento che diventano luoghi sospesi della memoria, casellari in cui deporre segni come sintomi di ulteriori germinazioni di spazi.
Si tratta di qualcosa che non è mai ripetibile anche se gli schemi formali si consolidano all’interno delle proprie regole interne, determinando la convinzione che lo spazio immaginativo è l’insieme delle superfici dipinte, compresi i tempi di pausa tra un’opera e l’altra, senza mai escludere gli intervalli che la riflessione teorica si concede nei confronti del fare.
In effetti, ogni struttura spaziale sembra ripetersi senza modificare il senso di conquista delle forme, da una modalità di presenza all’altro, dall’astratto al figurale, dall’impercettibile al concreto. Dentro queste oscillazioni nascono le avventure dello sguardo e gli orizzonti possibili del pensiero che corre e va. Dove? Verso percorsi senza fine.
Ciò che avvince -nella pittura di O. D. - è il tempo interno alla costruzione del gioco, i passaggi che crescono l’uno sull’altro, le fasi che rallentano e accelerano l’assimilazione del colore, le differenze della luce, la sensibilità dell’opera pittorica nel suo insieme. Per raggiungere questa sintesi occorre una forte dose di concentrazione immaginativa, e il lavoro della giovane artista è stato, in questi anni di ripetute verifiche, un tentativo di rifiutare il superfluo, l’ornamento e la seduzione fine a se stessa, come caratteri deboli dell’immagine, per puntare su minimi nutrimenti del colore, mutamenti radicali capaci di suggerire un massimo di estensione spaziale e temporale.
La superficie dell’opera, percorsa da flussi impercettibili di colore-luce, è spesso abitata da piccole icone stilizzate che richiamano forme di animali, figure di natura simbolica dislocate secondo un ordine mentale che l’artista segue al di là di ogni schema prestabilito.
Si tratta sempre di un gioco dell’inconscio che la ragione controlla, quasi per tenere a distanza il fluire inquieto dei pensieri che affollano la mente: pensieri positivi e negativi, istinti di vita e di morte, tracce del vissuto e intuizioni ancora da vivere, ciò che si conosce e ciò di cui non si sospetta ancora l’esistenza. Questo è il brivido della creazione, il desiderio di volerla assecondare ad ogni istante, quasi senza sapere dove condurrà!
Osservando ciò che O. D. ha dipinto tra il 2000 e il 2004 si avverte la presenza di elementi fantastici all’interno di scelte compositive che richiamano l’idea di misura, di numero e di peso. Le scacchiere del 2000 non sono mai rigorosamente geometriche ma alludono ad uno spazio dove la geometria galleggia nella luce del vuoto. Le caselle sono ombre luminose sospese davanti allo sguardo, talvolta accolgono un cerchio grafico ma sono quasi sempre libere di mostrare la purezza del pigmento. Dalla determinazione delle forme astratte nasce la possibilità di fantasticare dentro le strutture primarie dello spazio, all’interno dei vuoti che diventano pieni, e viceversa. È la sensibilità della pittura a suggerire racconti e avventure che il lettore deve immaginare, facendo emergere la parte inespressa, ciò che sta nascosto tra le pieghe del linguaggio, sotto la sua pelle visibile.
In modo altrettanto allusivo agiscono le opere del 2003, superfici costruite come ragnatele di linee che sovrappongono diverse indicazioni prospettiche, esili trappole della mente, gabbie sottili del pensiero entro le quali dimorano strane presenze che oscillano tra l’umano e l’animale.
In questa stessa stagione di ricerca O. D. mette a punto una tessitura fatta di vibrazioni luminose orientate in senso verticale, stratificazioni di linee giocate sul contrasto chiaroscurale, con varie dominanti cromatiche che assorbono ogni altra presenza. E’ come immergere lo sguardo dentro un fondale di luminescenze che lascia affiorare passaggi di luce, forme galleggianti, illusioni di profondità che stanno in superficie, ancora strani esseri che sembrano insetti, cavallucci marini, dettagli di flore e di faune immaginarie.
Queste descrizioni non sono importanti, del resto è sempre arduo descrivere la pittura, resta il fatto che le parole sono perlomeno utili per avvicinare il clima d’immagine che O. D. privilegia nel rapporto con il colore, vale a dire la necessità di affidarsi all’emozione cromatica, intesa come sentimento lirico dello spazio che va oltre la sapienza tecnica e il rigore esecutivo.
Dare valore corporeo alle evanescenze della luce non sarebbe possibile attraverso il puro e semplice progetto, proprio per questo la ricerca sempre diversa dei ritmi delle pennellate consente di affrontare l’opera come esperimento di qualità inedite del colore, tramiti provvisori attraverso i quali si possono raggiungere esiti non calcolabili, effetti cromatici non prevedibili.
Su questa strada si muove O. D. anche quando le sue intenzioni si fanno filosofiche, diventano sentieri teorici o intense riflessioni interiori che sembrano non tenere conto dei tempi di esecuzione delle opere.
In questi casi non bisogna dimenticare il piacere della pittura, l’urgenza di pensarla e di farla, la necessità di viverla attraverso il gesto del rischio e il senso dell’attesa, luogo delle differenze che produce un sistema variabile di forme che sconvolgono le abitudini percettive del lettore. E il lettore non può che rafforzare le sue capacità di analizzare l’immagine come strumento di illuminazione della natura oscura delle cose.
Tra gli scritti sparsi dell’artista emerge la necessità dell’arte come “movimento visivo che includa tutti i sentire” o, come meglio viene indicato per via di allusioni concatenate, emergono questi imperativi categorici: “ i sensi dell’arte, sentire la realtà, sentire ciò che dobbiamo = creazione”.
Sul filo di queste tensioni, O. D. guarda la realtà attraverso minimi passaggi che permettono di cogliere le parti segrete che stanno dietro lo spazio e il tempo apparente, presenze che si annidano tra passato e futuro attraverso la costruzione del presente. Siamo di fronte a quella dimensione che l’artista capta con segni e colori difficili da identificare in una visione limpida, piuttosto essa emerge per via di evocazioni interiori, aspirazione dell’essere, tracce indistinguibili del visibile eppure fortemente collegate all’esperienza della vita.
Del resto, non si può eludere il fare e il sentire l’arte come materia che si trasforma tra le mani: mani che progettano e realizzano, mani che pensano e sognano, mani che non tradiscono le idee ma le trasformano senza finzioni.
Il corpo e la mente del fare pittorico non ingannano mai il desiderio di fissare il colore come identità sospesa tra luce e ombra, tra opacità e splendore, come percorso che torna su se stesso a costo di ripetere le medesime strutture della forma.
Per questi motivi l’attuale lavoro di O. D. tende a modificare le proprie ossessioni, verificando le forme acquisite attraverso il loro spostamento sulla superficie, come se si trattasse di giocare nuove ipotesi all’interno del processo creativo, rischiando qualcosa che va al di là delle regole stesse del linguaggio.
Siamo di nuovo, nelle opere più recenti, ad un grado di maggiore consapevolezza di quel gioco di cui si parlava all’inizio, quel sistema di possibilità che rimane la metafora più convincente per comprendere quanto l’artista sta mettendo a fuoco, innescando nuovi processi di chiarificazione nel divenire della superficie.
Claudio Cerritelli 2004, Art Critic, Milan, Italy.
OLGA DANELONE - SE DICI (¹)
From Olga Danelone’s painting, never-ending paths*****
* About the concept of play, mental and visual, concrete and abstract, Olga Danelone has put
figures and symbols that move on the painting’s surface as if they were elements ready to leave it,
towards other adventures, without waking the image be in a state or crisis, lose its identity, feel lost.
We have the impression that the game of painting, to which the artist subjects all the energies and
creative ability, is a system of possibilities that can welcome different solutions, equally connected
to the dimension of both the thought and the action: this plot consists of contacts and overlaps
where the artistic experience keeps in constant touch with the pureness of ideas, and, in the
meantime, the blending of shapes and materials.
The match that O.D. is playing – indomitable passion – indicates the risks implied in every choice,
invisible borders that are to be turned into clear vision, chess-boards of movements which become
suspended sites of the memory, tables where we can put signs as symptoms of further space
germinations.
It never repeats itself, even if the formal schemes consolidate their inner rules, thus building the
belief that the imaginative space is the whole of the painted surfaces, together with the pauses
between a picture and the other, and the breaks that must be dedicated to theoretical reflections
about the “action”.
Actually, every spatial structure seems to repeat without modifying the sense of conquest of the
shapes, from a modality of presence to the other, from the abstract to the figurative, from the
imperceptible to the concrete. These swinging generate the adventures of the sight and the
possible horizons of the thought which runs and goes. Where? Towards never-ending paths.
* What makes you feel involved – in O.D.’s art – is the time inside the building of the game, the
passages that grow up one over the other, the phases that slow down or quicken the assimilation
of the colour, the differences of the light, the sensitivity of the painting as a whole. In order to reach
this synthesis a great amount of imaginative concentration is needed; and the work of the young
artist has been, along the continuous verifications of these years, an attempt to refuse the
unnecessary, the ornament and the seduction as an end in itself, considered as weak traits of
imagination, in order to focus on minimal nourishments of the colour, radical changes which are
able to suggest a maximum of spatial and temporal extension.
The surface of the work, crossed by imperceptible flows of colour-light, is often populated by little
stylized icons which remind animal-shaped symbolic figures, displaced according to a mental order
followed by the artist beyond any established rule.
It is a play of the unconsciousness, which is controlled by reason, perhaps in order to keep at a
distance the restless flowing of thoughts that crowd the mind: positive and negative thoughts,
instincts of life and death, traces of experiences and intuitions that are still to be lived, what is
known and what is not suspected to be known yet. This is the shiver of creation, the desire of
supporting it at every moment, even without knowing where it is going!
* While looking at what O.D. has painted from the year 2000 to the year 2004 we feel the presence
of fantastic elements in the frame of creative choices that are linked to the idea of measure,
number, weight. The chess-boards of the year 2000 are never strictly geometrical but hint at a
space where geometry float in the light of the vacuum. The compartments are luminous shadows
suspended in front of the sight; sometime they welcome a graphic circle but they are most of times
free to show the pureness of the pigment. The determination of abstract shapes generates the
possibility of daydreaming inside the basic structures of the space, inside some vacuums which
become full and vice versa. The sensitivity of the painting suggests stories and adventures, that the
reader has to imagine, by allowing the unexpressed part to emerge: the part that is hidden in the
pleats of the speech, under its visible peel.
The paintings of the year 2003 work in the same allusive way: surfaces that are built like cobwebs
of lines that overlap several perspective indications, thin mind traps, subtle cages of the thought in
which we can find strange entities that swing between human and animal nature.
In this research period, O. D. consolidates a web made of luminous vertical vibrations,
stratifications of lines built up on the chiaroscuro contrast, with several chromatic dominants which
absorb any other presence. It is like plunging the sight into a depth of lights: passages of lights
floating shapes, illusions of depth on the surface, strange beings similar to insects, seahorses,
details of an imaginative flora and fauna.
* These descriptions are not important, on the other hand, it is always difficult to describe painting,
but works are useful to get closer to the image climate the O.D. represents in the relationship with
the colour, that is the need to trust in the chromatic emotion which is seen as the lyric feeling of the
space: it goes beyond the technical knowledge and the severity of the execution.
It would not be possible to give a corporeal sense to the evanescence of light thanks to the project
in itself; for this reason the research of a changing rhythm of the strokes, gives the possibility to
see the work as an experiment of unknown qualities of the colour, temporary means through which
we can reach unpredictable goals, unforeseeable chromatic effects.
O. D. works in this way, even when she has got philosophical aims, that become theoretical paths
or intense inner reflections which do not take into account the time that is necessary to complete
the works. In these cases we must not forget the pleasure of painting, the need to imagine and
“making” it, the necessity to “live” it through the risk and the wait, a universe where the differences
create a changeable system of shapes that upset the perceptive habits of the reader. And the
reader has to reinforce his ability of analysing the image as an instruments to light the obscure
nature of things.
* In the notes of the artist we can catch the necessity to perceive the art like a “ visual movement
which includes all the senses” or, as it is indicated thanks to joined allusions, these imperative
orders emerge: “the senses of the art, to feel the reality, to feel what we have to= creation”.
O.D. looks at the reality on this thread, through minimal passages, that permit to catch the secret
parts which hide behind the evident space and time: these entities stay between the past and the
future through the construction of the present. The artist catches this dimension by using colours
and signs that are difficult to identify in a clear vision; this vision emerges thanks to inner
evocations, ambitions of the being, indistinguishable traces of the visible that are strictly connected
to the experience of life.
On the order hand, we cannot neglect the concept of art as a material transformation: the hands of
the artist project and realize it; they think and dream, they do not betray their ideas but transform
them without pretences.
The body and the mind of the artistic action never deceive the desire of fixing the colour as
suspended identity between fight and darkness, dullness and brightness, as a path that turns into
itself even if it repeats the same form structures.
For these reasons the present work by O.D. tends to modify its obsessions, verify the possessed
forms through their movements on the surface, as if they were making new hypothesis inside the
creative process, beyond the rules of the language.
In the recent works we reach a better awareness of that game that we mentioned at the beginning:
that system of possibilities is the most effective metaphor that helps us to understand what the
artist is focusing on, by generating a new clarification process in the transformation of the surface.
Claudio Cerritelli
(¹) In Italian the number 16 (Sixteen= sedici) has the same sound of the sentence “if you say”, (= se
dici). Something similar happens in the work that we find on page 11: in the third table C_6 has the
same sound of “ci sei”; in English “you are here” (= you exist).
Quella di consentire al pubblico un contatto diretto con l'ambiente in cui l'artista opera e, magari, con alcune fasi di realizzazione della pittura o scultura è una bella abitudine che va prendendo corpo e diffusione. Olga Danelone nel suo atelier presso San Giovanni al Natisone organizza un'occasione di queste, detta appunto "Open Studio", in cui sono in mostra i lavori che testimoniano l'evoluzione dell'autrice fino ai più recenti risultati della sua ricerca.
La riflessione parte dall'analisi esistenziale, dalla necessità ricorrente di una scelta rispetto ai fatti della contemporaneità. La corda è elemento metaforico che rappresenta la tensione dell'individuo di fronte a due forze contrastanti che lo attraggono; la sua capacità poi lo porta a "cedere" a quella che meglio si inserisce nelle sue linee strategiche e più agevolmente aderisce al suo dettato caratteriale. In questo senso la storia dell'uomo è fatta di una sequenza inarrestabile di cose fatte e poi disfatte, di progetti abbandonati e poi ripresi, di desideri accantonati e poi riproposti. Dentro tale ambito concettuale viaggia la pittura di Olga Danelone, protesa a ricercare sulla superficie (per lo più lignea) i sensi di una profondità, dove proiettare le inquietudini e le perplessità di fronte all'esistente. Il quadro si presenta come una tessitura prodotta da linee verticali chiare, ravvicinate e interrotte talora da squarci di tonalità scure come il fondo oppure da colori diversi derivati soprattutto dal blu. E' l'emblema di un mondo interiore raffrenato dalle reticenze del soggetto e dalle remore psicologiche, ma non chiuso da non lasciar trapelare l'ombra delle paure: ragni, vermi, scorpioni, cani stilizzati attraversano a tratti questi improbabili schermi della coscienza e accentuano la consapevolezza che ogni programma a breve o lunga scadenza deve essere commisurato con le resistenze oggettive della quotidianità. L'impianto grafico e la gamma cromatica che privilegia le terre danno leggerezza all'opera, contribuendo in maniera sostanziale a neutralizzare la carica drammatica del pensiero alla base del processo creativo.
Olga Danelone accartoccia consapevolmente la sua ricerca attorno a una metafora: l'essere umano è spesso in balìa degli eventi, che egli stesso determina con le sue azioni senza saperle governare appieno. Lo stesso movimento nel tempo e nello spazio esula dalla volontà del singolo, ma dipende spesso da una volontà collettiva che lo produce. Da ciò la raffigurazione di strane presenze, a prima vista cavallucci marini che hanno testa umana e braccia capaci di afferrare la coda in una circolarità senza rimedio. Ogni nostro comportamento nella vita quotidiana è sottoposta a una classificazione che ci incasella, così l'artista nella sua pittura (ma anche in alcune incisioni) scandisce lo spazio con il rigore geometrico di una quadrettatura da tabella statistica; qui dispone alcuni elementi che, di volta in volta, assumono valenza simbolica, tratto polemico, slancio ludico. Proprio quest'ultimo aspetto è lo strumento che serve all'artista friulana per esorcizzare il negativo dell'esistenza e farlo lievitare verso una metamorfosi in positivo, in direzione di più gradevoli aspetti dello sguardo, disincantato e disponibile al sorriso. In tutto dentro un complesso cromatico ridotto all'essenza e inserito talvolta nel dominio di un unico colore, usato in una stesura delicata, vicina all'evanescenza.
L'estrema attenzione alla stesura cromatica e la delicatezza nel susseguirsi dei toni e delle sfumature sono i primi elementi che le tele di Olga Danelone suggeriscono allo spettatore ignaro della poetica che muove la pittrice. La capacità di saper gestire la superficie attraverso timbri e cadenze pacate e pennellate leggere si unisce ad una trasparenza delle campiture che trova massima espressione nelle opere eseguite su materiali frammentari, senza peso, intessuti, come la tela grezza su un canovaccio semplice. L'opera rivela un lirismo e una sensibilità tutta femminile che si avvale di elementi minimi ed insieme emotivi e liricamente sentiti. La bidimensionalità è percorsa da segni, sia che si vogliano leggere quali texture o cellule, segnali erosi, corrosi, esperiti che, al di là di un efficace e scarno decorativismo rivolto ad una pittura autoreferenziale, suggeriscono, rimandano e compongono figurativamente l'universo spirituale e soggettivo dell'artista. La dimensione spaziale e strutturale della pittura conduce l'artista ad una consapevolezza nuova della tela, inteso, ora, come luogo esperito. La scansione del tempo, come rivela la stessa autrice, viene conseguita con la ritmicità degli elementi geometrici e con la pausa spaziale cui sottostà l'economia compositiva di tutta la recente produzione. E' attraverso questo ritmo e musicalità dei diversi accordi, soprattutto quelli realizzati con le cromie più difficili e a-tone, che il tempo entra nella tela, che l'indagine strutturale del dipinto diviene materia fluida di una propria evoluzione professionale e personale. Lei stessa, occorre rilevarlo, vive questi spazi a due dimensioni, come una specie di racconto diaristico del proprio vissuto, in cui tutto è 'gioco, movimento, essere'.
La pittura quindi quale traduzione fra 'la parte corporea che è in noi e quella fumosa, immateriale, che ci crea un vuoto in gola': quale campo di riflessione sul far pittura ed elemento costitutivo in cui la superficie aperta ad una dimensionalità nuova si proietta verso una spiritualità che non nega la vita, ma la riafferma quale luogo dell'esistenza.
La visione mistica si compone di nulla. È visione del nulla. Secondo il percorso neoplatonico: la visione toglie dal mondo le cose del mondo, le astrae fino all'idea, e poi fino all'unità, al bene, al bello, al vero. L'intelletto allora gode del più grande godimento, l'assenza di godimento. Come è noto la storia della esperienza mistica, e in particolare l'esperienza mistica cristiana, è fatta anche di carne, di erotismo, di prolungati digiuni, di annichilimento di sé, di sangue, sacrificio: per giungere al traguardo della Conformatio Christi: cioè trasformare il proprio corpo nel corpo del sacrificio di Cristo. Quanto questo pensiero e questa pratica siano abissali - aggiungo una sola parola e un solo mistero: Eucarestia - lascio al lettore immaginare; ma nel caso delle opere pittoriche di Olga Danelone mi fermerei alla visionarietà pre-cristiana, a uno sguardo puramente intellettuale che, per via di continue purificazioni, arriva fino alla forma prima, all'idea pura. Se osserviamo attentamenti i quadri di Olga Danelone, e se a posteriori ne ricostruiamo l'iter, noteremo che l'artista parte rielaborando un'icona generalmente tratta dal mondo artistico, e piano piano la spegne, la riduce a minima variazione di tono, la rende diafana e trasparente: cerca di togliere la vita dall'oggetto, per ridargli una vita intellettuale, o come traduce Pierre Hadot (grande interprete del pensiero di Plotino) spirituale. A chi obiettasse la freddezza di queste opere, potremmo rispondere che la freddezza è sostanziale per una visione che non può avere nulla a che fare col mondo della materia. E che in questo suo fuggire la materia - ovvio destino del filosofo, strano destino per un pittore -, Olga Danelone, quasi per disposizione ironica, si affaccia su un baratro, un nulla. Cosa ci sia dietro il quadro, dietro l'ultimo tentativo di fermare in visione la cosa, nessuno lo sa, e penso che non lo sappia nemmeno l'artista: il nostro scopo di esseri umani è arrivare fino in fondo alla conoscenza, esplorarla, solleticare l'oltre, sapendo di non potere mai raggiungerlo.
In divenire
In una riuscita rielaborazione di antiche tecniche e nella ricerca di nuovi ed originali moduli linguistici si configura l'odierna produzione artistica di Olga Danelone. L'uso dello stucco, le tavole centinate, la riuscita appropriazione dei segreti dei materiali trattati e il modo attento e quasi certosino di lavorare sono elementi di giudizio che delineano l'attività dell'artista udinese in modo invero singolare. Le sovrapposizioni materiche, disposte quasi in maniera liquida, si spiegano, nei lavori della pittrice friulana, come sicura valenza psichica affermando, nella loro presenza, come il pensiero trova forma nelle cose e che le cose attraversa in una sorta di magma gioioso e vitale.
In una sorta di rilettura della cosiddetta pittura analitica, tesa ad un’unione tra la pratica del dipingere e il pensiero teorico, si svolge la ricerca artistica, che segna il periodo che va dal ’93 al ’97, di Olga Danelone, attenta, infatti, ad una indagine conoscitiva che si impossessa delle oggettive strutture della pittura. In una sorta di allineamento su posizioni come quelle di Pino Pinelli e Robert Mangold si determina tale ricerca e i risultati parlano di una pittura - pittura, nonché di una sicura conoscenza di tutti i passaggi che dal piano teorico sfociano nell’opera realizzata.
In questo ciclo di opere della Danelone è la natura, sia in tentacolari tronchi accatastati, sia sotto forma di geometriche file di eterei arbusti, a parlare in prima persona. Una natura, però, avulsa dalle consuete raffigurazioni iconografiche, pronta, piuttosto, a vivere come un fondale in cui s’inseriscono i mondi interiori e spirituali dell’artista.
Tali segnali dell’anima, prendono la forma di piccoli riquadri, minuscoli tasselli colorati che velocemente illuminano un momento, un istante. Valenze crittografiche, particelle cromatiche, sono elementi tautologici di un comune desiderio che si muove in direzione di un “andare oltre” l’immagine oggettiva, mettendo in luce gli eterni aneliti dell’uomo in direzione del divino.
Lo stesso supporto è stato “usato”, dall’artista, in tutte le sue asperità e dissonanze fisiche. Avviene così che i dipinti e le incisioni della Danelone vivano in proprio, sin nella materia stessa che li determina.
La superficie pittorica di Olga Danelone sembra essersi fatta più uniforme, ha abbandonato la profondità di campo per risolversi nella bidimensionalità, giungendo, in qualche caso, alla reiterazione texturale. Ma non si tratta di una semplificazione, di un processo all’insegna della riduzione formale e concettuale. Pur venendo meno l’imperativo di una diretta refenzialità con il mondo esterno, le modificazioni e le alternanze interne alla pittura della Danelone persistono facendosi più sottili e al contempo più complesse.
Un riferimento al reale esiste, si eleva anzi a costante dell’ultima produzione: il mare, al quale non dobbiamo però attribuire un’importanza in sè, una significanza che giustifichi la scelta di tale elemento come luogo di partenza dell’ispirazione artistica. Il mare è solo un pretesto e come tale potrebbe essere sostituito da qualsiasi altra cosa; un pretesto per affrontare un’argomentazione stilistico-formale e, dal punto di vista concettuale, per portare innanzi una riflessione sul rapporto uomo-mondo, con particolare riferimento all’imperante e frenetico ritmo della comunicazione post-capitalista.
Tutti i lavori di Olga Danelone registrano la costante presenza di piccole e poche tessere sparse sulla superficie, cromaticamente sature e coprenti, o trasparenti al punto da restituire la piena lettura della stesura di fondo. Macchie o, meglio, cellule vaganti, elementi di disturbo, di interferenza tra l’artista e il mondo, minute particelle destinate a lasciare il proprio territorio di appartenenza per invadere quello concomitante, quasi registrando la mobilità dello sguardo, il repentino rimbalzo da un luogo all’altro, per oltrepassare la linea dell’orizzonte, anch’essa mero pretesto per una dialettica che sottolinea il tentativo di fuoriuscita dal luogo.
Queste cellule, che punteggiano ogni dipinto dinamicizzando la superficie e dotandola di una sorta di corrente, di circuito che tende a collegare le diverse zone rappresentate, suggerendo il principio della simultaneità, trovano poi ulteriore viluppo in una ricerca appena abbozzata: le strutture formate da tre elementi irregolari, in cui il supporto stesso diventa cellula, questa volta fuoriuscita dai limiti della superficie pittorica, per ridefinirne un’altra, con l’aggiunta di nuove implicazioni spaziali.
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