IL SEGRETO DELLA FORMA di Gerardo Pedicini, 2007

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Gerardo Pedicini, 2007, poeta e critico d’arte, Napoli.
Il segreto della forma sta nel fatto che essa è confine; 
essa è la cosa stessa 
e, nello stesso tempo, il cessare della cosa, 
il territorio circoscritto in cui
l’Essere e il Non-più essere della cosa
sono una cosa sola. (George Simmel) 

Intrecci e fitte trame di linee costituiscono la cifra essenziale delle immagini di Olga Danelone. Un dedalo inestricabile, un accumulo di linee-cirri che somigliano a uno sfilacciato e liso tessuto o al gioco del Mikado. Il tutto rimanda a una percezione della conoscenza frutto della casualità e delle relazioni spazio-temporali che, come scrive Enrico Bellone, in I corpi e le cose, si realizza “grazie a processi che avvengono nei nostri corpi e che, nella stragrande maggioranza dei casi, sfuggono completamente alla nostra consapevolezza” in quanto sono dipendenti dalle sensazioni che riceviamo nell’esplorare l’ambiente e la descrizione” che abbiamo di quest’ultimo, “insiemealla folla di comportamenti che ciascuno esibisce per adattarsi alla propria nicchia”. 
Questo in superficie, ma se si analizza l’andamento franto delle linee, le corrispondenze tra i pieni e i vuoti, la calcolata simmetria tra i sottili e nervosi cirri lineari, l’alternanza dei colori si ha sùbito la sensazione di trovarsi di fronte a un sottile gioco di intelligenza. E quello che ci è apparso come un divertito passatempo, diventa processo, andamento del pensiero che, pur nella sua apparenza asistematica, rincorre una propria matura visione interiore. Anzi, di fronte al frangersi e al continuo spezzarsi e incrociarsi delle linee si comprende che l’artista ricerca e rincorre, con lucidità, una propria intima immaginazione che, se è vero che nasce dal rifiuto di ogni accredita misura estetica, non per questo manca di una propria ferrea logica interiore. Ed è una logica che parte innanzitutto dalla coscienza della crisi del mondo moderno, dalla caduta di ogni armonia prestabilita, dalla consapevolezza del declino delle ideologie e dalla necessità di ritrovare, internamente, nuove regole che possono corrispondere alla crisi del soggetto. Da qui la necessità di formulare nuove postazioni visive e dare concretezza a quanto scrive Gadamer, quando afferma che “l’essenza dell’opera risiede propriamente nel fatto che essa diviene un’esperienza che modifica colui che la fa. Il subiectum dell’esperienza dell’arte, quello che permanee dura, non è la soggettività di colui che esperisce l’opera, ma è l’opera stessa”. 
Vista da questa angolazione meglio si comprendeil pensiero dell’artista, quando scrive che le “piace immaginare, guardando un foglio…., un insieme di piani in profondità dove tutto fluttua, un tutto che vive…o muore, un divenire dove non esistono certezze ma casualità di energia”, “come due verità che si scambiano il posto e mai rimangono ferme a se stesse ma si cercano a vicenda, annullandosi in una sola immagine” “ bidimensionale dove molte particelle corrono, si incrociano, vanno, vengono, si fermano, ripartono solo sentendo l’impulso centrale del tutto”. Il riferimento alle esperienze filosofiche di Democrito, Antistene, Diogene, Epicuro come alla pienezza emozionaledi Michel Onfray, alla fisica quantistica, alle postazioni probabilistiche della logica matematica e alla genesi e all’evoluzione in campi che vanno dalle scienze fisiche alle scienze umane e sociali descritte da René Thom, costituiscono il terreno fecondo su cui l’artista friuliana base la sua esperienza pittorica. 
Insomma, per Olga Danelone le sue “architetture” visive, si chiamano esse animals, espansioni, deflagrazioni, non sono altro che de los murmullos, un “hecho plástico” che sorge dal nulla e che non dipende e non fa riferimento a nessuna realtà oggettiva: si generano dalla pittura stessa, dalle situazioni interne ai segni, dal modo cioè con cui questi ultimi istituiscono e stabiliscono le corrispondenze tra icone, immagini e simboli in stretta intimità con le proprie pulsioni. 
Attraverso questo processo l’artista perviene al proprio dizionario visivo. In apparenza, alcuni aspetti formali della sua pittura potrebbero far pensare alla tessitura di una ricerca geometrica, ma è lei stessa ad escluderlo quando scrive che, in assoluto, non si considera una artista astratta e, pur facendo ricorso da un lato a Bridget Riley e dall’altro all’olandese Huygens, per lei l’arte è “la forma única de preguntarse, de interpretar los hechos, de las vivencias” interiori. 
Da qui, i due scomparti di colori in cui viene suddivisa la scena pittorica su cui, come una quinta teatrale, appaiono tracce, frammenti informi di segni che richiamano alla memoria brandelli dimenticati di un territorio della mente. Con attenta ricostruzione l’artista dà loro vita, trasformando l’infranto in un nuovo sistema di segni. I limiti della ragione geometrica vengono così superati e ricomposti per dare nuovi significati alle forme. Da qui il suo diccionario de los murmullos che si presenta ora come albedrío, ora come orden matemático, ora come eventos turbadores, ora come diario de un narcisista, ecc. In questo modo l’artista dispiega l’essere del proprio linguaggio come nuovo templum dell’io per diventare – come scrive Benjamín -, “essere linguistico ella stessa” per corrispondere alla essenza spirituale che è in lei, a quell’essenza cioè che la porta a far esperienza dell’aver-luogo del linguaggio come argomento originario che, a partire da Aimeric de Peguilhan, significa far esperienza del linguaggio, cioè essere chiamati a parlare dal nulla e rispondere al nulla. 
A questo riguardo si può citare Gil de Biedma per il quale l’arte è “un juego que no es”, “un campo donde desarrolar el ingenio, de tal manera que una banalidad ingeniosa pueda adquirir la catagoria de arte”.E questo è un modo non semplice e senza dubbio non banale di corrispondere alla crisi del linguaggio moderno.