VELARE L’APPARIRE, SVELARE L’INTIMITA’ di Cristina Benedetti per Intime apparenze, Udine, 2016

Pubblicato il

Velare l’apparire, svelare l’intimità

Premessa: ho accettato di svolgere alcune riflessioni attorno alle opere di Olga Danelone quando ancora non le avevo viste, sulla base della sola indicazione che in esse si trovavano rappresentati capi di abbigliamento intimo femminile. Devo dire quindi che la mia prima adesione è stata di natura intima, una reazione ad una sollecitazione di un punto evidentemente sensibile della mia immaginazione. La fase successiva è stata l’incontro con Olga e la visione delle immagini dei suoi lavori riprodotte su carta, che solo parzialmente confermavano le mie fantasie. Inoltre, avvertivo una sorta di sconcerto nel mettere in rapporto ciò che vedevo con i riferimenti alle scienze fisiche e biologiche che sembrano costituire uno dei principali ambiti di interesse di Olga, e di cui non so nulla. A togliermi dall’imbarazzo è stato però il titolo proposto dall’artista per la sua esposizione: “Intime apparenze”, che mi riportava sul terreno a me più consono di una riflessione sulle parole e sui simboli, offrendomi la feconda opportunità di un ossimoro con cui giocare. Inoltre ho rafforzato la mia convinzione che avrei detto qualcosa non semplicemente a margine delle opere di Olga, ma proprio a partire da esse. Ora che finalmente le ho viste esposte, ed anche voi, posso condividere con voi alcune impressioni sulle quali innesterò alcune questioni e alcuni richiami.

Innanzitutto, Olga trae i suoi soggetti dalle riviste di moda, da un contesto pubblicitario e di marketing, che però ai miei occhi non ha nella rappresentazione dell’artista nessun elemento iconografico “pop”. Mi sembra anzi che il trattamento a cui Olga sottopone le fotografie da cui parte allontani sempre più la definizione patinata e in qualche misura violenta dell’immagine originaria per stemperarla in una illustrazione sfumata, in cui predominano sagome evanescenti e colori pastello, in cui viene spesso attuata una sorta di cancellazione dell’immagine stessa, attraverso segni grafici che richiamano direttamente il gesto infantile del disegnare, del colorare oltre i margini, del sovrapporre al disegno sottostante nuovi e addensati segni. È questa, forse, una prima emersione di intimità, che si esprime tracciando i propri segni, e che qui assume il valore di contrassegno artistico. Ma, soprattutto, mi colpisce il distanziarsi di queste “apparenze” dall’universo contemporaneo del fashion dal quale derivano, per assumere un aspetto “retrò”: mi ricordano piuttosto certi cartamodelli d’epoca, certi album con i vestitini da ritagliare per vestire le bamboline di carta, certe enciclopedie per la donna “moderna” in cui si fornivano elenchi di biancheria e consigli per un abbigliamento (oggi si direbbe outfit) appropriato ad ogni occasione ed ora del giorno. Mi viene in mente, in proposito, la consonanza pretesa dell’apparire con l’essere e il loro scollamento nell’adesione ad un modello apparente di perfezione, che richiedeva di essere coltivato anche nell’intimità.

Mi chiedo, allora: quale dimensione di sogno interiore, quale proiezione intima c’è negli abiti con cui rivestiamo e facciamo apparire i nostri corpi? E il corpo in che misura partecipa di questo sogno?  Ed arriviamo a un punto essenziale: in questi quadri non ci sono corpi, il corpo è assente, è altrove. A tratti, compare qualche silhouette smarginata che reca impresso il movimento dell’indossatrice in passerella, o si intuiscono le forme del manichino che riempiono i completi intimi; altre volte, reggiseni e mutandine sembrano biancheria stesa ad asciugare su un filo rivelatore; in genere, i capi si presentano appesi a grucce più o meno visibili e, nella lavorazione a cui Olga sottopone l’immagine, finiscono per assumere un aspetto fantasmatico. Di questa stessa natura è anche l’unico “corpo” femminile che campeggia al centro di un’opera di maggiori dimensioni rispetto alle altre: un corpo astrale, un’aura? Uno spazio bianco destinato ad essere riempito dai diversi accessori che lo circondano, di poco più consistenti, o un’entità irriducibile ed estesa che ha espulso da sé quegli oggetti, proiettandoli all’esterno e tuttavia mantenendo con essi un legame, attraverso un sistema di linee e di fili? Li porta come al guinzaglio o talvolta sono essi a legarla?

Ci soccorre forse il titolo del pannello, il nome archetipico di questa creatura: Eva (con l’ironica aggiunta Modello Giuditta, riferimento ad una dissacrante e surreale sfilata di moda di cui è protagonista Roberto Benigni nel film “Il piccolo diavolo”). Siamo tutte noi, nel nostro intimo contatto con la nostra madre primigenia e senza volto, o è il contenitore di una presunta essenza del femminile, declinabile in apparenze mutevoli (e preferibilmente seducenti)?

A proposito di archetipi, Olga ha qualcosa da dire in proposito: “Realtà traslata dalla pubblicità. Tutto è svuotato, ma nello stesso istante nessun archetipo è gettato, tutto può ancora servire allo scopo”.

Olga riferisce questa considerazione in particolare ad una sua opera, che reca la scritta Avanguardia rossa e raffigura una serie di “calzature sexy di color rosso”: sintesi metaforica mutuata direttamente, credo, dal titolo di un servizio di moda, che coniuga il richiamo rivoluzionario con i passi di una donna che avanza sensuale sui suoi tacchi, o ancor meglio con l’essere di punta della nuova moda che avanza. La moda, questo regno dell’apparire, è sempre avanguardia, pur nella riproposizione ciclica di stili e stilemi, anche del linguaggio, con cui si ammicca all’intimità.

Tornando ai corpi assenti, ciò che mi colpisce non è il fatto che questi abiti, accessori e ornamenti si presentino da soli, come oggetti separati dai corpi che li sceglieranno o ai quali sono destinati, ma il fatto che siano privi di una tonalità emotiva tale da rinviare ad un corpo, e ad un corpo desiderante. Non un corpo che desideri l’oggetto, ma che viva il proprio desiderio nel flusso e nel ciclo vitale, e del quale l’oggetto rimanga impregnato anche in assenza.

Per converso, mi colpisce ugualmente il fatto che tali oggetti, pur essendo proposti nel loro puro status di merci, non dichiarino questa loro distanza da corpi e intimità concrete, o al massimo la loro natura di feticcio, attraverso un’apparenza più “urlata”. Quella che appunto Olga tacita, smorzandola nei contorni, nel colore e velandola attraverso i propri segni, ma tuttavia senza restituire all’oggetto il suo legame intrinseco con la soggettività.

È una mia deformazione se io cerco in queste composizioni un elemento simbolico e un rimando emozionale?  Persino il termine “inventario”, che insieme ai numeri identificativi viene applicato ai capi di vestiario rappresentati, si stacca anch’esso dalla sua applicazione merceologica per suggerire altre implicazioni semantiche nella locuzione Inventario intimo: enumeriamo e ripassiamo quel che abbiamo a cuore, le epoche della nostra vita, i contenuti del nostro magazzino psichico?

E inventariando veniamo alle scarpe, che attraggono moltissimo anche me, come moltissime donne: ve ne sono molte serie tra le opere di Olga, e anch’io, come Marina Giovannelli diceva nella sua presentazione della mostra, cerco “la” scarpetta, con la differenza che io quasi la vedo! Guardando quei pannelli in cui una scarpa sola è al centro, circondata da bagliori soffusi di luce colorata e racchiusa nello scrigno di un trittico, dimentico che quella scarpa fa parte di una collezione di accessori modaioli, ed è una replica, per scorgere l’intimo oggetto del desiderio, dono appariscente di una fata destinato a rivelare, nella forma di un’apparizione e di un’agnizione, l’intima identità di chi la indossa, poiché fatta per un solo piede.

Di nuovo non riconosco l’origine commerciale dell’immagine, e a questo proposito vorrei soffermarmi su un altro effetto che in me si è prodotto guardando un pannello disseminato di piccole figure accompagnate da scritte appartenenti al gergo della moda. L’erosione subita dalle immagini fotografiche digitali, dematerializzate nella estrema sgranatura dei pixel che le compongono, ha suscitato nel mio sguardo, o nella mia mente, l’impressione di trovarmi di fronte a reperti fossili, ossa preistoriche, mappature di siti archeologici. Illusione ottica e quindi diversa forma di apparenza? Paradossale andare oltre l’apparenza? Una forma di intimità che affiora dall’apparenza? Che cos’è questo cortocircuito tra ultime tendenze e stratificazione delle epoche, provocato da una possibilità tecnologica della riproduzione delle immagini? Qualcosa mi dice che questo strano effetto percettivo può interessare Olga e la sua ricerca artistica, aperta alla filosofia della mente, a quelle esperienze sensoriali qualitativamente soggettive che sono i “qualia”, ovvero i modi in cui le cose ci sembrano. Un altro cortocircuito, se vogliamo, tra intimità e apparenza, complicato dalla possibilità che non si sia in intimità neppure con se stessi, essendo l’individualità composta da frammenti caleidoscopici.

Il termine intimus, ovvero ciò che è assolutamente interno, sembrerebbe definirsi nella sua opposizione all’extra. Una conseguenza possibile è il narcisismo, o l’indicibilità. Eppure l’essere in intimità con qualcuno definisce la relazione stringente con un soggetto altro. Resta tuttavia la possibilità che lo sguardo altrui ci rimandi non alla nostra interiorità ma viceversa alla superficie di noi stessi.

Il culto dell’immagine e la dicotomia superficie/ profondità si ritrovano facilmente nel campo della moda, a proposito della quale vorrei riportare l’idea di Simmel, filosofo e sociologo tedesco che alla moda dedica un saggio (del 1895), definendola come una tensione tra l’impulso all’ individualizzazione e quello a confondersi con la collettività. L’espressione individuale della propria differenza si sposa ad un conformismo obbediente di natura sociale.

Chi può e vuole seguire la moda porta abbastanza spesso vestiti nuovi. Ma il vestito nuovo condiziona il nostro comportamento più di quello vecchio che si è completamente adattato ai nostri gesti, cede senza resistenza ad ognuno di essi e spesso rivela le nostre innervazioni nelle minime particolarità… Per questo il vestito nuovo conferisce a chi lo porta una certa uniformità sovrindividuale nell’atteggiamento…

Anche Roland Barthes si occupa, da semiologo, del sistema della moda e considera il vestito come un significante che veicola significati sociali, rivolgendo la sua attenzione soprattutto all’indumento femminile così come viene descritto nelle riviste di moda, dando luogo ad “una vera e propria mitologia del vestito; dato che al suo interno il significato vestimentario viene oggettivato, solidificato, la moda è mitica”. Risulta di particolare interesse che nella sua analisi Barthes proceda a degli inventari, ad esempio delle specie di vestiario che rientrano in un genere. L’universo dei segni vestimentari rinvia, in ogni caso, ad una struttura di senso che non può prescindere dal corpo e dal desiderio.

L’abito è oggetto desiderato in quanto potenzialmente espressivo ma è anche merce, e come Marx insegna la merce diviene feticcio, apparendo dotata di vita indipendente e di proprietà individuali, come “una cosa sensibilmente soprasensibile”. Le merci assumono l’apparenza di rapporti sociali, e i rapporti sociali assumono nello scambio l’aspetto di rapporti tra cose. Il feticismo della merce nasconde l’intima natura dei rapporti e dello scambio, in quanto i soggetti non vedono oltre le apparenze del valore della merce.

Nella dimensione consumistica, la moltiplicazione degli oggetti da desiderare ha in ultima analisi a che fare con l’estinzione del desiderio, ci avverte lo psicanalista Massimo Recalcati, muovendo dalla concezione del desiderio in Lacan come “desiderio dell’Altro”. Il desiderio non è bisogno dell’oggetto, ma chiama un altro desiderio, per il quale io desidero essere desiderato dall’altro, in un’apertura intersoggettiva. E, non essendo riducibile a pulsione istintuale, si costituisce come vocazione ed elemento orientatore dell’esistenza individuale, antitetico al capriccio e portatore di una responsabilità etica.

Ancora a Lacan possiamo fare riferimento ricordando la “fase dello specchio”, ovvero il momento in cui il bambino, nell’apparenza riflessa, riconosce con gioia la propria immagine. Si deve a Winnicott la sottolineatura del fatto che il bambino viene posto dalla madre davanti allo specchio, che riflette entrambi e presuppone da parte del piccolo l’esperienza precedente di rispecchiamento nello sguardo materno. L’intimità permette il riconoscimento di sé come altro individuato, e l’angoscia della separazione da un’intimità fusionale con la madre viene smorzata dall’oggetto transizionale (la coperta di Linus, per intenderci), che facilita il passaggio dal mondo interno al mondo esterno.

Non posso non pensare alla borsetta di una donna come ad un oggetto transizionale…

Alla fine di questo percorso, spero non troppo tortuoso, e dopo questi spunti filosofici, mi richiamerei alla saggezza popolare con un proverbio: Parere e non essere è come filare e non tessere.

Fingevano di tessere una tela tanto impalpabile quanto invisibile i due truffatori della fiaba di Andersen che fanno uscire nudo l’imperatore desideroso di apparire in magnifiche vesti, mentre ci sono meravigliose tessitrici che in tante altre fiabe rivelano, scoprono, ristabiliscono la propria e altrui identità (o natura intima). Le fiabe sono un terreno primario e privilegiato in cui ritrovare l’intreccio tra apparenza e intimità, tra velare e svelare, e per concludere questo incontro in modo più intimo ve ne vorrei leggere una, sempre di Andersen. Vi rassicuro dicendovi che non si tratta delle diaboliche scarpette rosse, ma della storia di un colletto.

 

Il colletto della camicia

di Hans Christian Andersen

C’era una volta un distinto gentiluomo i cui unici beni al mondo erano un cavastivali e una spazzola per i capelli; ma possedeva il più bel colletto di camicia del mondo, ed è di esso che stiamo per sentire la storia.

Il colletto della camicia era così vecchio che aveva incominciato a pensare di sposarsi; e un giorno successe che lui e una giarrettiera si trovarono insieme nella tinozza per il bucato.

”Salve!” disse il colletto della camicia, “non avevo mai visto prima nulla di così snello e delicato, di così elegante e grazioso! Posso permettermi di chiedere il vostro nome?”

”Non ve lo dirò.” disse la giarrettiera.

”E dove abitate?” chiese il colletto della camicia.

Ma la giarrettiera era timida, e non pensava fosse opportuno rispondere.

”Siete forse un busto?” disse il colletto della camicia, “o una guaìna? Vedo che stareste assai bene a far da ornamento, mia bella signorina!”

”Non azzardatevi a parlarmi!” disse la giarrettiera, “Sono certa di non avervi dato nessun incoraggiamento!”

”Quando una è bella come voi,” disse il colletto della camicia, “non è già un sufficiente incoraggiamento?”

”Andate via, non venite così vicino!” disse la giarrettiera. “Mi sembrate un gentiluomo!”

”E lo sono, uno davvero raffinato!” disse il colletto della camicia, “Possiedo un cavastivali e una spazzola per i capelli!”

Questo non era vero; era il suo padrone a possedere quelle cose, ma era un tremendo fanfarone.

”Non venite così vicino,” disse la giarrettiera, “Non sono avvezza a un trattamento simile!”

”Che ostentazione!” disse il colletto della camicia. E poi furono presi dalla tinozza per il bucato, inamidati e appesi a una sedia al sole per asciugare, quindi deposti sull’asse da stiro. Poi arrivò il ferro da stiro rovente.

”Signora vedova!” disse il colletto della camicia, “cara signora vedova! Sto diventando un altro uomo, tutte le mie grinze stanno saltando fuori; mi state provocando una bruciatura! Ugh! Fermatevi, vi imploro!”

”Straccio!” disse il ferro da stiro, scivolando fieramente sul colletto della camicia, perché pensava che di essere una locomotiva a vapore e di dover trainare alla stazione i vagoni.

“Straccio!” disse.

Il colletto della camicia era piuttosto logoro ai bordi, così le forbici si avvicinarono per tagliare i fili.

Il colletto della camicia disse: “Oh! Voi dovete essere una ballerina! Come slanciate in alto le gambe! È la cosa più bella che io abbia mai visto! Nessuno può imitarvi!”

”Lo so bene!” disse il paio di forbici.

”Dovresti essere una duchessa!” disse il colletto della camicia. “Tutti i miei beni di distinto gentiluomo consistono in una cavastivali e in una spazzola per i capelli. Se solo avessi un ducato!”

”Ma come! Vuoi sposarmi?” disse il paio di forbici, ed era così arrabbiato che dette al colletto una tagliente sforbiciata, cosicché fu scartato perché non serviva più a nulla.

”Ebbene, mi proporrò alla spazzola per i capelli!” pensò il colletto della camicia. “È davvero meraviglioso che abbiate dei capelli così belli, signora! Avete mai pensato di sposarvi?”

La spazzola rispose: “Sì che ci ho pensato! Sono fidanzata con il cavastivali!”

”Fidanzata!” esclamò il colletto della camicia. Adesso non c’era più nessuno che potesse sposarlo, così cominciò a disprezzare il matrimonio.

Il tempo passò e il colletto della camicia finì dal bidone della spazzatura alla cartiera. Lì c’era un vasto assortimento di stracci, quelli fini in un mucchio e quelli scadenti in un altro, secondo come fossero. Avevano un mucchio di cose da raccontare, nessuno più del colletto della camicia perché era un fanfarone senza speranza.

”Ho avuto un gran numero di storie d’amore!” disse. “Non mi davano pace. Ero un gentiluomo così raffinato, così rigido di amido! Avevo un cavastivali e una spazzola per i capelli, che non ho mai usato! Avreste dovuto vedermi allora! Non dimenticherò mai il mio primo amore! Era una giarrettiera, così delicata e morbida e graziosa! Si lanciò in una tinozza per il bucato per salvarmi! Poi ci fu una vedova, che ardeva d’amore per me. Ma la lasciai sola, finché si raffreddò. Poi ci fu la ballerina, che mi inflisse la ferita a causa della quale mi trovo qui adesso; era assai violenta! La mia stessa spazzola per i capelli era innamorata di me, e di conseguenza perse tutti i capelli. Sì, ho molta esperienza in questo campo; ma più di tutte rimpiango la giarrettiera, intendo dire la guaìna, che si gettò nella tinozza per il bucato. Ho molto sulla coscienza, ma ora per me è tempo di diventare carta bianca!”

E così fu! Diventò carta bianca, proprio la carta su cui è stampata questa storia. E ciò perché si era vantato così tanto di cose non vere. Teniamolo a mente, così che non possa accadere a noi, perché in verità non possiamo dire che un giorno non si finisca nel sacco degli stracci e si diventi carta bianca, sulla quale sarà stampata tutta la nostra storia, persino le parti più segrete, perché anche noi potremmo andare per il mondo raccontandole, come il colletto della camicia.

 

All’epoca della fiaba, le camicie da uomo avevano i polsini e il colletto staccabili

(Traduzione dall’inglese di Annarita Verzola)

 

Cristina Benedetti è laureata in filosofia e insegna lettere nella scuola superiore. Presta da molti anni la sua voce a letture pubbliche in vari contesti e scrive poesie